
Sulla piccola tomba di Genoveffa non mancano mai un pupazzetto, una bambolina E fiori sempre freschi
Sono trascorsi 100 anni e, in un angolo del cimitero, è come se il tempo si fosse fermato.
C’è una piccola tomba a poche decine di metri dall’ingresso. Qui non mancano mai un pupazzetto, una bambolina. E fiori sempre freschi. Perché si fa così, con le tombe dei bambini. E in questa tomba c’è sepolta proprio una bambina che avrà sempre due anni e mezzo. La storia di Genoveffa Comencini vive ormai solo nei racconti, sempre più sfocati. Vittima di stenti e atroci angherie da parte di mamma e papà. Denutrita, lasciata al gelo, maltrattata. Alla fine colpita alla testa mortalmente. I Monzesi dell’epoca, sconvolti, organizzarono i suoi funerali e fecero costruire un monumento funebre per commemorare la piccola, morta il 2 gennaio 1924. Tutto inizia nel 1919, quando Cesare Comencini, impiegato di 29 anni, originario di Foggia, si sposa con Maria Petitti, 28 anni, di Milano. I due hanno già un figlio, amatissimo. Il 4 luglio 1921 nasce però anche Genoveffa. La piccola non viene accolta bene e la madre la manda a balia. Dopo qualche mese la nutrice, che non viene più pagata da mesi, prova a restituirla ai suoi genitori ma la madre della piccola non la fa neppure entrare. La nutrice, impietosita, la riprende con sé, almeno all’inizio, fino a quando la piccola viene affidata temporaneamente a un’altra coppia. Nella casa della sua vera famiglia la bimba indesiderata entrerà soltanto il 24 novembre 1923, quando i Comencini si trasferiscono nel centro di Monza, in via Carlo Alberto. Cominciano quaranta giorni di orrore per la piccola, cui non viene risparmiata nessuna violenza e nessuna sevizia, tanto da scandalizzare i vicini di casa che provano a più riprese a intercedere per lei, lasciata fra l’altro sempre seminuda tremante nonostante i rigori dell’inverno.
La piccola viene addirittura legata col fil di ferro o con uno strofinaccio alla mandibola che le impedisca di piangere troppo rumorosamente. E la madre, ai vicini, risponde sprezzante: "Quella là non arriverà ad essere grande, perché prima la strangolerò". È questione di tempo. Il 31 dicembre del 1923 è una vicina di casa a trovare la piccola morente seminuda su un foglio di giornale, mentre genitori e fratellino sono al cinema. Il medico verrà chiamato soltanto il 2 gennaio. Troppo tardi, la bimba è morta da almeno un’ora. La madre prova a sostenere che la figlia è rimasta soffocata da un boccone ma nel suo stomaco non si troverà traccia di cibo da almeno sette ore. L’indignazione popolare è enorme. Il padre viene subito arrestato. Sua moglie lo sarà 26 giorni più tardi. Centinaia di persone parteciperanno al funerale. Nel corso dei lunghi interrogatori, la madre confessa di non essere mai riuscita ad amare quella piccola. Verrà condannata a 8 anni e 4 mesi di reclusione, col condono di 4 anni della pena. Il padre a 5 anni, 2 dei quali condonati.