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15 lug 2018

Mille bimbi fantasma in Lombardia, le storie dei minori soli accolti nelle comunità

Minori stranieri non accompagnati accolti in case-famiglia e comunità: "Sono pieni di sogni e fame di normalità"

marco galvani
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Alcuni minori soli (CdG)

Monza, 15 luglio 2018 - Kader è scappato dalla Costa d’Avorio quand’era ragazzino. Un viaggio di mesi fino al barcone che nel buio "senza stelle da seguire" lo ha portato in Italia. "Di fronte a te nessuno che divida i tuoi guai". Kader adesso ha vent’anni. In Brianza ha studiato, ha imparato un mestiere e s’è conquistato la sua libertà. Ha saputo "ingannare la paura della vita" con «così tanto amore da vendere che si tira una riga sul passato". Kader ha scritto una poesia su quel viaggio diventato "un’avventura per conoscere". L’ha buttata giù per un progetto di alternanza scuola-lavoro quando a Monza ha iniziato a tirare la riga sul suo passato, accolto dalla rete di servizi coordinata dall’ufficio tutela del Comune. In Brianza sono 45, 29 albanesi, 8 egiziani, 3 del Gambia, uno del Kosovo, 3 della Nigeria e uno dalla Tunisia. Tutti tra i 14 e i 17 anni.

Vivono in comunità educative e in un paio di appartamenti del Consorzio comunità Brianza con un finanziamento nazionale del Fondo asilo, migrazione e integrazione. "Appena arrivano, con l’aiuto di un mediatore, cerchiamo subito di capire la sua storia, le sue motivazioni e la maggior parte dice di essere qui per lavorare. Sono abituati a farlo fin da piccoli e spesso hanno lasciato in patria una famiglia da mantenere – racconta Paola Ghisellini, responsabile dei minori stranieri per il Consorzio –. Sono dei grandi lavoratori, c’è chi sa fare l’imbianchino, chi il pizzaiolo, il falegname o l’operaio. Ma qui, finché non diventano maggiorenni, non possono lavorare. E rimangono sorpresi che li mandiamo a scuola". Arrivano con una valigia carica di sogni. E gli occhi si illuminano quando gli dai un pallone per giocare con altri ragazzini. Perché per loro non è una vacanza. Scappano dalla povertà assoluta, da una vita senza futuro, dalla violenza. Come quel ragazzino, anche lui della Costa d’Avorio come Kader, rimasto al mondo solo con la nonna. I genitori uccisi in una guerra fra tribù. È stata la nonna ad aiutarlo a scappare con una raccomandazione: “La cosa più importante è studiare”. Ed "è stata la prima cosa che ci ha chiesto appena è arrivato. Ha vinto anche una borsa di studio per fare l’assistente nelle case di riposo e oggi gli anziani della struttura in cui lavora lo adorano e gli hanno pure insegnato qualche parola in dialetto brianzolo". C’è anche chi fugge dall’Egitto più povero, viene adottato dall’intero villaggio che con una colletta decide di “scommettere” su di lui. Spesso devono imparare tutto.

Anche questo fanno i volontari che li seguono insieme agli operatori: "Li aiutano a imparare a cucinare, a fare il bucato, li portano in gita". In fondo intraprendono un altro viaggio. Quello verso l’integrazione. "Quando li guardi negli occhi e senti i loro discorsi ti rendi conto del loro estremo bisogno di normalità, hanno sete e fame di vita – le parole di Paola –. Cerchiamo di dargli tutti gli strumenti e le conoscenze per renderli autonomi. Anche attraverso l’amicizia e l’importanza del dare e avere e del coraggio di chiedere". Loro che, invece, fin da piccoli sono costretti a cavarsela da soli. E invece «l’amicizia serve per chiedere aiuto in caso di necessità, un consiglio, un sostegno". Poi "tocca a loro giocarsi al meglio le loro carte".

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