ANDREA GIANNI
Economia

La busta paga discrimina: in Lombardia più differenze di stipendio tra uomini e donne

Il settore più “sessista”? L’agricoltura

Donne al lavoro nel settore tessile

Donne al lavoro nel settore tessile

Milano, 3 dicembre 2019 - Pagate di meno, spinte al part-time, penalizzate quando si tratta di fare carriera. A parità di mansione, una donna in Lombardia guadagna in media oltre settemila euro lordi all’anno in meno rispetto a un uomo. Un divario salariale difficile da scalfire, trasversale ai settori. Allontana dagli standard dei Paesi del Nord Europa, con i quali vorrebbe competere, la regione motore dell’economia italiana, con il suo capoluogo di cui viene decantata l’ascesa. Analizzando gli ultimi dati disponibili - contenuti nel rapporto 2018 promosso dalla consigliera di parità della Regione e da Polis Lombardia sulle aziende con più di 100 dipendenti - emerge che la retribuzione annuale lorda media in aziende lombarde è di 39.684 euro. Considerando solo gli uomini, però, la media sale a 43.210 euro.

Al contrario , guardando solo al dato femminile, la media scende a 35.704 euro. Le donne, quindi, prendono 7.506 euro in meno all’anno. Poi c’è l’analisi per settore, che rende ancora più evidente il divario. Nell’industria gli uomini prendono 46.138 euro lordi all’anno, mentre le donne 37.227 euro. Un uomo che si occupa di servizi sociali e alla persona viene pagato in media 28.254 euro all’anno, una donna 23.780 euro. Il divario maggiore si registra nell’agricoltura, con circa 12mila euro lordi di gap. Mentre nella pubblica amministrazione è stata quasi raggiunta la parità di genere. Se un dipendente pubblico donna guadagna in media 33.100 euro all’anno, un uomo prende poco di più: 34.161 euro.

«Queste differenziali salariali sono dovute in parte alla maggioranza di part-time, volontari o involontari, tra le donne rispetto agli uomini – spiega Mirko Dolzadelli, segretario regionale Cisl con delega al Mercato del lavoro –. Una donna su tre ha un contratto part-time, mentre tra gli uomini la quota è di circa uno su dieci. Poi ci sono tutte le ripercussioni sui salari dovute a fattori come la maternità o la cura di genitori anziani, compiti ancora affidati quasi esclusivamente alle donne». Donne che tendono a trascorrere periodi più lunghi rispetto agli uomini fuori dal mondo del lavoro, carriere che si interrompono e finiscono in uno stagno mentre quelle degli uomini prendono il volo.

Fattori che, quindi, si ripercuotono anche sulla busta paga. Ma le differenze, spesso, si riscontrano già al momento del primo ingresso nel mondo del lavoro, quando i progetti di maternità sono ancora ben lontani. «Al momento dell’assunzione dopo il percorso di studi le donne hanno minore potere contrattuale e vengono offerti stipendi più bassi, sulla base dell’assurdo presupposto di una minore disponibilità futura», spiega Valentina Cappelletti, segretaria della Cgil Lombardia, citando una recente ricerca del Politecnico. Una delle possibili soluzioni, secondo la sindacalista, potrebbe essere quella di equiparare «diritti e doveri» di donne e uomini in caso di maternità-paternità o di assistenza di parenti. Evitare che bonus e benefici non vengano concessi solo sulla base dei giorni lavorati, discriminando donne che hanno una famiglia sulle spalle. Le differenze di stipendio riguardano operai e impiegati, ma sono ancora più evidenti quando aumentano le qualifiche. Tra i quadri, ad esempio, il reddito annuale lordo in Lombardia è di 68.400 euro per gli uomini e 60.800 per le donne. Tra le province la maglia nera è Brescia, dove una donna guadagna il 28% in meno rispetto a un uomo. Caso virtuoso è Milano, dove il differenziale retributivo è “solo” del 13.6%. (1 - Continua)

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