Massimo Ranieri, l’arte della vita: "Da Patroni Griffi a Modugno, Vi svelo i miei incontri fortunati"

Domani sul palco degli Arcimboldi con il suo “Tutti i sogni ancora in volo”, quarta replica. Sabato "l’uomo delle rose rosse" al Teatro di Varese e il 5 aprile al Donizetti di Bergamo

Massimo Ranieri

Massimo Ranieri

Milano – «Partono ‘e bastimente, pe’ terre assaje luntane, cántano a buordo, só’ napulitane" dice una canzone cara a Massimo Ranieri quale “Santa Lucia luntana” evocando a suo modo l’inizio di quella vita d’artista che l’ex scugnizzo del Pallonetto rovescia domani sul palco degli Arcimboldi col suo “Tutti i sogni ancora in volo”, arrivato alla quarta replica milanese in tre anni di tournée. Un viaggio in bilico sulla sua vita e sulle sue canzoni propiziato nel 2022 dall’arrivo in libreria della biografia omonima, avviato da Giovanni Calone (come si chiama all’anagrafe) dopo l’esperienza decennale di “Sogno e son desto”. Sabato l’uomo delle rose rosse replica al Teatro di Varese e il 5 aprile al Donizetti di Bergamo, ultima tappa italiana prima di volarsene in Australia per due concerti .

Massimo, cominciamo dai bastimenti.

"Le canzoni sull’emigrazione mi prendono molto, perché emigrante in fondo lo sono stato anch’io all’età di 13 anni, quando andai in America per fare da spalla al grande Sergio Bruni. Durante quella trasferta pure mia madre perse le tracce e andò a chiedere mie notizie al consolato americano di Napoli. New York rappresentò una scoperta, pensavo fosse in bianco e nero così come la vedevo in tv alle spalle di Ruggero Orlando durante i suoi servizi al telegiornale. E invece era a colori, piena di vita".

Da ragazzino, però, non cantava canzoni napoletane.

"La canzone napoletana l’ho scoperta attorno ai vent’anni. Grazie a Vittorio De Sica. Dopo una disastrosa esibizione monegasca davanti a Ranieri e Grace Kelly, Vittorio venne a cercarmi nei camerini per dirmi che non dovevo perdere tempo dietro a certe canzoncine, ma piuttosto concentrarmi su quelle della mia città. Presi la palla al balzo e gli dissi che avrei inciso una raccolta di motivi napoletani se poi, però, a dirigere lo spettacolo da portare in tour fosse stato lui. Accettò".

In repertorio mette spesso “Resta cu’mme” .

"Modugno era una specie di onda, che ti travolge. Una scuola di vita, per come affrontava le cose e il lavoro. Lo conoscevo dal ’64, da quando vinse il Festival di Napoli con ‘Tu sì ‘na cosa grande’ in coppia con quella donna meravigliosa che è Ornella Vanoni. Con la mia insistenza di ragazzino lo tediai così tanto che quando lo ritrovai al Teatro delle Vittorie cinque anni dopo ancora si ricordava di quella giornata. Mi disse che nella vita per avere successo servono tre cose: primo, avere fortuna, secondo, avere fortuna, terzo, avere fortuna… senza non si arriva da nessuna parte".

Fortuna lei ne ha avuta pure nella prosa.

"Peppino Patroni Griffi fu il mio mentore teatrale, al cinema avevo già fatto ‘Metello’ e altri film, ma sui palcoscenici niente. Quando mi propose di lavorare assieme, gli dissi che stavo partendo militare e lui rispose che avrebbe aspettato. Mi fece scoprire un mondo incredibile, grazie anche ai due atti unici di un grandissimo drammaturgo come Raffaele Viviani. Debuttammo con enorme successo al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Fu lui a dirmi che prima o poi avrei dovuto lavorare con Strehler".

Con Strehler iniziò nel 1980, grazie al Brecht de “L’anima buona di Sezuan”.

"Accettai senza neppure leggere il copione. Debuttammo al Lirico, perché lo spettacolo aveva bisogno di spazio, dopo ben quattro mesi e mezzo di prove. Io interpretavo l’aviatore Yang Sun, un personaggio bellissimo, molto poetico, un grande vigliacco".

Attrici che gli hanno segnato l’esistenza dentro e fuori dal set?

"Anna Magnani. Aveva sempre un sorriso per me ragazzino timoroso addirittura di salutarla. Non averla potuta salutare prima della morte è un grande rammarico della mia vita".

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