MARIAGRAZIA LISSI
Cultura e Spettacoli

Il baritono Luca Micheletti: "Amo interpretare Marcello, è empatico"

. Figlio d’arte da quattro generazioni, già protagonista alla Scala nel Concerto di Natale e de “I Vespri siciliani”

Luca Micheletti

Luca Micheletti

Milano -  La dea dell’arte l’ha circondato d’amore. E così Luca Micheletti, baritono bresciano, è diventato, prima di scoprire il canto, attore e regista di prosa e, poi, di lirica; diverse espressività e professioni che affronta con la stessa serietà e talento. Figlio d’arte da quattro generazioni, già protagonista alla Scala nel Concerto di Natale e de “I Vespri siciliani”, l’eclettico artista è Marcello in “La Bohéme” di Giacomo Puccini, nella storica edizione di Franco Zeffirelli; sul podio a dirigere l’Orchestra del Teatro alla Scala, la direttrice coreana Eun Sun Kim,. (dal 4 al 26 marzo).

Maestro, quali affinità ha con Marcello? "E’ una figura che amo molto, uno dei personaggi più empatici che interpreto; nella lirica i baritoni sono sempre cattivi. Marcello ha uno sguardo penetrante sulla realtà; a lui, pittore, tocca una delle frasi più belle dell’opera, simbolo di Bohème: “Oh bella età d’inganni e di utopie. Si crede, spera, e tutto bello appare”, è un malinconico abbandono alla giovinezza e lui se la prende con i suoi pennelli che non riescono a costruire il mondo che vorrebbe. Marcello, più dei suoi amici, è consapevole che, nella loro vita, si è già incrinato qualcosa, forse perché vive con Musetta un amore contrastato. Nell’opera ci sono tante tracce che rivelano l’amore che Puccini aveva per questo personaggio, è lui che apre l’opera".

Com’è arrivato al canto? "Recito da tanto tempo, ho sempre coltivato da melomane la passione del canto, ho anche partecipato a spettacoli in cui, come attore, dovevo cantare. Fin da bambino ho studiato alcuni strumenti musicali ma la carriera di baritono è arrivata quasi per caso. Nel 2016 Marco Bellocchio mi ha scelto per il suo film “Pagliacci” dove dovevo anche cantare, ho iniziato a studiare canto con Mario Malagnini, è ancora il mio insegnante. E poi Cristina Muti, il maestro, la figlia Chiara mi ha sempre incoraggiato a fare dell’opera la mia professione".

Quanto dà il suo essere attore, regista al cantante? "Molto, per me il personaggio arriva sempre prima come esperienza drammaturgica, poi studio com’è stato tradotto in musica, cerco di capire come la mia voce, le mie qualità d’interprete possono portarlo in scena. Quando canto l’opera faccio un tesoro del mio lavoro teatrale ".

Cosa significa condividere la passione della musica con sua moglie, Elisa Balbo, soprano? "Elisa è il grande regalo della vita, il nostro mestiere è totalizzante, ci sono delle criticità come essere sempre in giro, stare spesso lontani. Tante piccole cose che può capire solo chi pratica lo stesso mestiere, condividiamo lo studio, ci ascoltiamo e commentiamo, ci evolviamo insieme e sempre di più".

Cosa cantate ad Arianna? "Ha quasi tre mesi, è arrivata in un momento speciale e ci ha reso felici, la desideravamo tanto. Ha subito ascoltato tanta musica, fin quand’era nella pancia della mamma, da Mozart cantato da mamma a Verdi interpretato da papà. La sua ninna nanna preferita è un’aria dalla “Rondine” di Puccini: “Sogno d’or”".

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