DIEGO VINCENTI
Cultura e Spettacoli

Gene Gnocchi tra genio e sregolatezza: “Io, mezz’ala dietro le punte. Ero bravo e già facevo ridere”

Il comico racconta il suo passato fra promozione e serie C: "Mi inventavo continui scherzi". Nel cortile della Sormani invece riprende i panni di una rockstar sul viale del tramonto

Gene Gnocche mentre si allena con il Siena

Gene Gnocche mentre si allena con il Siena

Il Paul Gascoigne dell’Emilia. Tutto genio e sregolatezza. Probabilmente sarebbe stato questo il destino di Gene Gnocchi, numero dieci dietro le punte. E ancora oggi il suo tocco di palla farebbe bene a parecchie squadre. Ma poi è arrivato il cabaret. Quella comicità stralunata e indomabile, in bilico fra Felice Andreasi e Flaiano. Che poi è la chiave di “Sconcerto rock”, domani alle 19.30 per la rassegna Menotti alla Sormani, nel cortile della biblioteca. Dove si ride insieme a questa rockstar sul viale del tramonto: The Legend.

Gene, ma chi è questa leggenda un po’ agée della musica?

"Un povero Cristo che per una serie di problemi deve tornare sul palcoscenico e dar vita nuovamente ai suoi cavalli di battaglia. Ma è anche un vecchio sex symbol e un grande autore di canzoni. La gente non lo sa ma ad esempio è lui che ha firmato Purple Rain".

Spiacevole questa cosa che Prince l’abbia poi rubata.

"Molto spiacevole. Un brano nato tempo fa a Seveso, osservando la pioggia piena di diossina".

Lei ha mai sognato di diventare una rockstar?

"No, nemmeno da ragazzo. Non ne ero in grado. Ma sono invece un rockettaro nel profondo e ho sempre ascoltato musica e concerti. In ottobre verrò al Fabrique a vedere The Struts, è qualcosa che non mi faccio mai mancare".

Il concerto della vita?

"Gli Ac/Dc del grande Angus Young in Friuli e i Del Amitri, davvero straordinari".

Chi ci sarà con lei sul palco?

"Il mio chitarrista Diego. Abbiamo scelto una forma più agile, considerando il contesto e questo orario insolito, all’imbrunire, che crea un forte dialogo con il pubblico. Per il resto è tutto molto collaudato. L’unico problema sono i selfie a fine spettacolo: due ore per accontentare tutti. A Deiva Marina ha voluto la foto anche il papà di un bimbo di sei mesi, che dopo lo scatto è scomparso lasciandomi lì, col neonato in braccio. Ho dovuto adottarlo".

L’altro giorno ha fatto una dichiarazione d’amore invece per la Romagna, il suo mare.

"Ci sono sempre andato da bambino, a San Giuliano di Rimini. L’unica difficoltà era arrivarci, perché nonostante avesse sei figli, mio padre guidava un’Alfa Romeo Duetto. Ci accompagnava uno alla volta, partendo dal più giovane. E io che ero il grande della famiglia arrivavo sull’Adriatico a novembre".

Erano gli anni della sua vera passione: il calcio.

"Quello c’è sempre, lo considero la mia vita. Possono rimproverarmi di non far ridere ma mi arrabbio solo se mi dicono che non so giocare. Adesso chiaramente non ce la faccio, tiro una pedata ogni tanto, sembro uno degli omini del calcio balilla. Però da giovane ero bravo, ho sempre giocato fra Promozione e Serie D, arrivando in C con l’Alessandria".

Ruolo?

"Mezz’ala dietro le punte. Facevo segnare, molti assist, ogni tanto qualche gol. Ne ricordo uno in sforbiciata con il Fidenza, il pallone prima sul palo e poi in rete. Bellissimo".

Quando ha scelto di far ridere?

"Ma io ero già così, facevo cose assurde, non so nemmeno perché. Giocavo coi baffi finti e m’inventavo continui scherzi. Una volta a Riva del Garda non avevo voglia di allenarmi e ho chiuso tutti a chiave negli spogliatoi, per andare a prendere l’aperitivo in paese. A Guastalla invece, quando l’arbitro prima della partita chiese se avevamo domande, io lo interrogai sulla capitale dell’Australia. Ricordo che sul momento non disse nulla ma poi in campo mi buttò fuori dopo cinque minuti. Non l’aveva presa bene".

Che Italia vede oggi dal palco?

"Un paese stanco, precario, con poca energia per rilanciarsi. La mia Faenza dove abito è ancora segnata dall’inondazione, in tanti hanno perso tutto e gli aiuti sono stati di poche migliaia di euro".

Ma in scena continua a divertirsi?

"Sì, assolutamente. Amo proprio il dialogo con il pubblico, quelle serate piene di senso. In città organizzo gli AperiGene e qualche giorno fa ero con Piero Chiambretti. È stato un confronto bello, brillante, che ti fa tornare alle ragioni ultime del tuo lavoro".