Giuseppe Verdi, “Don Carlo” e la violenza del destino. Lo storico Raffaele Mellace: “Il potere incide su ogni individuo”

Intervista al docente di Storia della Musica a Genova e consulente scientifico del Teatro alla Scala: in quest’opera ci sono molti temi cari al Maestro, dagli affetti privati all’amore alla vita pubblica

Milano – È il 1867 quando “Don Carlos” debutta alla Salle Le Peletier del Théâtre de l’Académie Impériale de Musique di Parigi, l’opera, su libretto di Joseph Méry e Camille du Locle, è tratta dall’omonima tragedia di Schiller. Al Teatro alla Scala arriva l’anno dopo con il titolo “Don Carlo”, stessa veste parigina ma in traduzione italiana, cinque atti e il balletto. "Un’opera monumentale", scriverà la critica d’allora.

Il Don Carlo è proposto nella versione che Verdi scrisse per la Scala nel 1884
Il Don Carlo è proposto nella versione che Verdi scrisse per la Scala nel 1884

Il Maestro Riccardo Chailly propone quest’anno all’inaugurazione della nuova stagione scaligera la versione che Verdi scrisse per il Teatro alla Scala nel 1884, un anno particolare per l’autore. Durante gli anni Ottanta del XIX secolo Milano è il centro del Paese, a vent’anni dalla conquista dell’Unità d’Italia, è definita la "capitale morale". A una città in pieno cambiamento Giuseppe Verdi regala “Don Carlo", un’opera di strepitosa bellezza. Ne parliamo con Raffaele Mellace, docente di Storia della Musica, all’Università di Genova, consulente scientifico del Teatro alla Scala, fra i suoi libri “Con moltissima passione. Ritratto di Giuseppe Verdi“ (Carrocci Editore).

Professore, Verdi scrive la prima versione dell’opera lontano dall’Italia.

"Nel 1859 l’autore subisce la censura che gli impedisce di mettere in scena “Un ballo in maschera“ a Napoli, è deluso dalla sua patria ma è un uomo ricco, celebre e può accettare solo le committenze prestigiose che vengono dall’estero. Prima compone “La Forza del Destino“ per Pietroburgo, poi “Don Carlos“ a Parigi".

Come vive il compositore la capitale francese?

"Con la città ha un rapporto conflittuale e importante, vi ha vissuto in modo discontinuo per almeno otto anni. “Don Carlos" è la sua terza opera commissionata da Parigi, per lui una grande occasione, è nel pieno della maturità artistica. In quel periodo la vita teatrale parigina è strepitosa, non solo all’Opera che frequenta regolarmente ma anche nei tanti piccoli teatri dei Boulevard che propongono testi interessanti, messe in scena innovative che appassionano il compositore sempre attento. Verdi ha sempre osservato il mondo dell’Opera con spirito critico e ironico, non si lascia incantare dagli sfarzi. Di Parigi apprezza la possibilità di muoversi in totale anonimato, senza essere indicato dalla folla come accade a Milano".

Il Maestro Chailly ha scelto la versione del 1884.

"Dal 1867, l’anno in cui scrive l’opera, Verdi continua ripensarci anche per le tante sollecitazioni di altri teatri fra cui quello di Vienna; inoltre a Parigi il balletto era d’obbligo, altrove no. Verdi ristruttura “Don Carlo” e lo rende più compatto con due interventi molto grossi; sopprime il primo atto che, per quanto bello, si svolge altrove, lontano dalla corte spagnola, e poi elimina il balletto. Non gli basta, continua a tagliare, l’insoddisfazione del compositore per il suo lavoro si nota leggendo la corrispondenza e gli spartiti, come quello del “Macbeth“; con “Don Carlo“ per la Scala del 1884 raggiunge una versione più classica e più serrata".

È un opera piena di contrasti, Filippo II è in conflitto con il figlio, Don Carlo, Elisabetta di Valois si sente tradita dall’amica Contessa d’Eboli, il Grande Inquisitore a nome della Chiesa vuole indebolire il Regno spagnolo.

"In quest’opera trovano posto - grazie anche a una ricchezza di registri vocali e alle sette prime parti - molti temi cari a Verdi fra cui gli affetti privati, l’amore, i rapporti intergenerazionali, a cui si aggiungono le grandi vicende della vita pubblica. La storia dei libri s’intreccia con quella dei popoli e le dinamiche del potere incidono sulle storie di ogni individuo. Verdi mette a fuoco un elemento cardine della sua drammaturgia musicale: la sconfitta della legittima aspirazione alla felicità e alla libertà degli uomini da parte di un’opposizione composta dalla ragion di Stato, potere assolutista che schiaccia irreversibilmente il desiderio di realizzazione a cui aspira Don Carlo, principe ereditario. Qualche anno prima Verdi, scrive “La forza del destino”, una dichiarazione emblematica di questo meccanismo; il destino ha una sua violenza contro la quale, per quanto ben disposti, gli individui non possono prevalere".

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