Bob Dylan al Teatro degli Arcimboldi per due sere: luci basse, pianoforte e telefonini custoditi in una busta sigillata

Milano, lunedì e martedì sera alle 21 il menestrello di Duluth si esibisce ancora a Milano nel Rough and Rowdy Ways World WideTour: scordatevi i pezzi storici, la chitarra acustica e le riprese col telefonino

Bob Dylan al piano
Bob Dylan al piano

Milano, 2 luglio 2023 – “All along the watchtower”, “Highway 61 revisited”, “Like a Rolling Stone” sono canzoni che Bob Dylan in sessantatré anni di concerti ha cantato più di duemila volte, ma che non in questo Rough and Rowdy Ways World Wide Tour che domani e martedì (alle 21) lo riporta agli Arcimboldi, dopo un quinquennio d’assenza.

Dal novembre del 2021, da quando il giro di concerti legato a doppio filo all’ultimo album dell’hobo di Duluth ha preso la strada dal Riverside Theater di Milwaukee, infatti, la liturgia è rimasta più o meno invariata e ostinatamente insofferente alle pietre filosofali incontrate lungo il cammino.

Vera e propria anomalia per un artista “legacy” come lui, che nel 2020 ha venduto alla Universal il suo catalogo editoriale, circa 600 canzoni, per una cifra stimata tra i 300 e i 400 milioni di dollari, e lo scorso anno a Sony quello delle registrazioni per qualcosa come mezzo miliardo di dollari. Sempre lo scorso anno, ha aperto i battenti a Tulsa in Oklahoma il Bob Dylan Center, dov’è ospitato il ricco archivio venduto già nel 2016 alla George Kaiser Family Foundation e all’Università di Tulsa per 15-20 milioni di dollari.

Con gli scaffali vuoti (e le tasche piene) il Vate è tornato in tour dopo la lunga sosta forzata causa pandemia, violata solo dall’uscita di “Shadow Kingdom: The early songs of Bob Dylan”, il film-concerto girato dalla regista israelo-americana Alma Har’el in un teatro vuoto di Santa Monica e dato in pasto ai fans al posto di quel Never Ending Tour congelato dopo decenni. Frattanto il Rowdy Ways World Wide Tour ha superato le 130 concerti in tre Continenti.

Più che ai “modi ruvidi e turbolenti” a cui fa riferimento il titolo, il tour ha fatto parlare per alcune decisioni impenetrabili del Premio Nobel tese ad evitare qualsiasi tipo di ripresa audio-video come quelle di far abbassare le luci su di sé fin quasi all’oscurità e chiudere i telefonini degli spettatori nelle spesse buste Yondr, sigillate dal personale di sala all’ingresso del teatro di turno con chiusure anti-taccheggio apribili solo all’uscita.

Dylan inizia lo spettacolo completamente nell’ombra, suonando la chitarra elettrica insieme alla sua band per l’unica volta in tutto lo show, sedendosi poi al pianoforte appena illuminato dove rimarrà fino alla fine. Al suo fianco sei musicisti. Del quartetto che lo affianca nel Never Ending Tour, infatti, rimangono solo Tony Garnier al basso, con lui da più di trent’anni, e Donnie Herron a violino e pedal steel. L’assenza più significativa è quella di Charlie Sexton, tamponata dalla valentia strumentale non di uno, ma di due chitarristi come Bob Britt e Doug Lancio. I tempi stanno cambiando pure per il popolo di Dylan se è vero che non respinge più l’idea di una scaletta scolpita nella pietra come fosse un anatema dicendosi, invece, entusiasta di un repertorio di 17 canzoni focalizzato su “Rough and rowdy ways”, di cui tornano ogni sera 9 frammenti per lo più con gli arrangiamenti del disco (eccetto “Key West”), spaziando per il resto dalla “I’ll be your baby tonight” di “John Wesley Harding” a “To be alone with you” di “Nashville skyline” a quella “Gotta serve somebody” di “Slow train coming” che è probabilmente la “hit” più famosa dello spettacolo. In un contesto del genere una “All along the watchtower” sarebbe probabilmente fuori posto. Grazie quindi a Bob per negarla ogni sera con decisione.

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