Dalla strada alla cattedra, Vito Tartamella il prof delle parolacce: "Eliminarle è impossibile molto meglio studiarle"

Alla Iulm terrà il primo insegnamento universitario sul turpiloquio : "Sono molto potenti e le usano tutti. Ma (quasi) nessuno riflette su di loro"

Vito Tartamella

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Milano, 17 febbraio 2024 – Undici parolacce disseminò con cura il sommo poeta Dante nella sua Commedia. Sono state sdoganate nei palazzi della politica, sono triplicate nell’era social "ma troppo spesso vengono banalizzate, se ne ignora la funzione o si trasformano in boomerang". Così Vito Tartamella, dopo averle indagate per anni, sin da giovanissimo e dalla prima inchiesta su Focus, dopo averci scritto un saggio da 400 pagine e avere creato il blog parolacce.org, ha lanciato la proposta all’università Iulm. Il primo corso sul turpiloquio si terrà qui: sei lezioni da due ore ciascuna. Giornalista scientifico e divulgatore, Tartamella ha tenuto conferenze sul tema all’Università di Chambéry, in Francia, e in quella di Caxias do Sul (Brasile), questa volta il percorso è più articolato e rientra nel ventaglio di seminari facoltativi che daranno ai laureandi crediti in più.

Perché un corso sulle parolacce?

"Per spiegare agli studenti cosa sono e come funzionano. Spesso ci si limita e esprimere orrore e raccapriccio, ma pochi le guardano per quello che sono: servono a esprimere emozioni, e non solo quelle negative. C’è una storia millenaria da raccontare con risvolti non solo linguistici ma psicologici, sociologici, giuridici, storici e artistici. Senza dimenticare la sfera della biologia: il nostro cervello archivia in modo particolare le parolacce. Ho già pronte 250 slide".

Per allenare i futuri esperti della comunicazione?

"E non solo. Anche per le facoltà di Interpretariato e Arte e turismo. Come si traducono gli insulti da una lingua all’altra? Non c’è equazione. In francese per dire che una persona è “una testa di...“ si usa il sesso femminile, che per noi ha valenza positiva. Una persona “figa“ è bella, in gamba. E i risvolti sono molto pratici, come nel doppiaggio dei film, in cui bisogna trovare lo stesso numero di sillabe".

E nella politica?

"Negli anni Novanta è stato Umberto Bossi a dare il via all’uso del turpiloquio per salire alla ribalta delle cronache, per far capire all’opinione pubblica che in fondo “era come loro: pane al pane, vino al vino“. E ha “contagiato“ altri partiti: all’inizio solo le opposizioni, pensiamo ai “Vaffa day“ dei Grillini. Con Silvio Berlusconi è entrato nei palazzi del potere. Anche all’estero, dal presidente filippino Duterte a Trump. Studi scientifici ne hanno indagato l’efficacia o meno".

La sentenza?

"Un conto se le usiamo per enfatizzare un concetto, ma per offendere un avversario non paga mai, anzi. Vale anche per le campagne pubblicitarie. Possiamo paragonare le parolacce a un coltello: può essere usato per tagliare una mela o per ferire una persona, come quando hanno scopi aggressivi o emarginano. Se pensiamo a Checco Zalone, Verdone e Benigni possono avere anche effetti comici".

E nella storia dell’arte?

"Dante Alighieri, Shakespeare, Mozart, Leopardi e Leonardo da Vinci sono solo alcuni dei protagonisti della cultura occidentale che ne hanno fatto grande uso: un mondo da analizzare".

Esiste una lingua “immune“?

"Solo il giapponese: quando si insulta si alza il tono di voce o si tratta una persona col ’tu’. Nel mondo globalizzato hanno inserito qualche espressione: hanno capito che possono servire".

Come cambiano nel tempo le parolacce?

"Come tutte le parole c’è dinamismo, anche se troviamo alcune costanti, come l’uso di termini della sfera sessuale e di escrementi. Alcune hanno perso il loro peso: “marrano“ era gravissimo qualche secolo fa, ora fa sorridere. Ne nascono di nuove: da webete a bimbo minkia".

E sui social?

"Ne usiamo il triplo anche perché c’è la ’mediazione del pc’, ci si sente protetti dallo schermo. Ma è un grandissimo errore sentirsi legittimati a insultare: le pene per diffamazione abbondano".

Le parolacce soccomberanno al politicamente corretto?

"Impossibile cancellarle dal vocabolario, esistono da millenni. Avrebbe effetti a cascata che rischiano di scivolare o in un ridicolo eufemismo o nella censura. Ma non abbiamo ancora trovato un giusto equilibrio. Oggi abbiamo un approccio schizofrenico verso le parolacce e ne facciamo un uso inflazionato. Approfondire, studiare, può aiutare ad assegnare il giusto peso e il giusto ruolo a queste espressioni".

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