ANNA GIORGI
Cronaca

No agli arresti domiciliari, Renato Vallanzasca deve restare in carcere

Il tribunale di sorveglianza respinge la richiesta di differimento pena per l’ex bandito 73. L’avvocato: "Dopo tutti questi anni non è più pericoloso, negargli ancora tutto è disumano"

Renato Vallanzasca in una foto recente

Renato Vallanzasca in una foto recente

Milano – Deve rimanere in carcere Renato Vallanzasca, il 73enne ex protagonista della mala milanese degli anni ‘70 e ‘80, che ha già trascorso oltre 50 anni da detenuto. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza che ha respinto la richiesta dei difensori di differimento pena, con detenzione domiciliare in una struttura adatta, per motivi di salute.

La mossa degli avvocati

Gli avvocati Corrado Limentani e Paolo Muzzi avevano prodotto una consulenza firmata da tre neurologi, tra cui il professore Stefano Zago, e un medico legale per dimostrare che Vallanzasca da almeno 4 anni soffre di un decadimento cognitivo e che la detenzione in carcere sta aggravando le sue condizioni.

L’opinione dei giudici

Nell’ordinanza i giudici (presidente D’Elia, a latere Rossi e due esperti) riconoscono, da quanto si è saputo, il decadimento cognitivo e il lento e progressivo aggravamento del quadro clinico, ma chiariscono che ci sono trattamenti di tipo conservativo e farmacologico e che il 73enne può essere, dunque, curato in carcere.

Per la difesa, invece, le condizioni di Vallanzasca sono "incompatibili col carcere" dove non si possono "praticare le terapie di supporto cognitivo".

I giudici hanno respinto anche il differimento pena "cosiddetto umanitario" e la richiesta di una perizia medico legale. Nel provvedimento, come chiariscono i legali, "nulla viene rilevato sulla presunta pericolosità, esclusa dal fatto che il Tribunale di Sorveglianza, in diversa composizione" nei giorni scorsi ha riattivato per lui i permessi premio in una comunità.

Parlano i legali

"Negare non solo la detenzione domiciliare ma anche la perizia mi sembra del tutto ingiustificato e disumano - ha detto l’avvocato Limentani - in quanto si impedisce a una persona, in carcere da 50 anni e chiaramente non pericolosa, che con tutta evidenza sta male e continua a peggiorare, di potersi curare o almeno di rallentare l’aggravamento della propria patologia". E conclude: "Faremo ricorso in Cassazione".