Un limite allo smartphone: “Crea dipendenza ma farne a meno diventerà uno status symbol”

Juan Carlos De Martin, professore di Informatica: "Il suo uso va regolamentato". Troppi effetti collaterali, in classe è meglio evitarlo e servono patti digitali.

Un limite allo smartphone: "Crea dipendenza ma farne a meno diventerà uno status symbol"

Un limite allo smartphone: "Crea dipendenza ma farne a meno diventerà uno status symbol"

"È una macchina progettata per creare dipendenza. Ci attrae, la maggior parte delle persone non può più farne a meno, anche se i suoi effetti sono evidenti. Abolirla? Impossibile, ma si può regolamentare". Juan Carlos De Martin, professore di Informatica del Politecnico di Torino, è autore di "Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica".

L’ultimo screening milanese, ci dice che due alunni su tre hanno problemi alla vista. Colpa anche dello smartphone?

"Sicuramente un uso eccessivo ha conseguenze sia fisiche che psicologiche. Tra le prime penso ai problemi ortopedici al braccio, alla spalla e al collo, che hanno cominciato a palesarsi con il “telefonino“ tradizionale, che alcuni continuano a chiamare così anche se adesso ha tutt’altro peso. Ma anche alla vista. In media si passano dalle 4 alle 5 ore su questo schermo. E quando viene visto di notte la luce blu prodotta può avere impatto sulla vista e sul ritmo del sonno: il corpo reagisce come fosse giorno, è fortissimamente sconsigliato usarlo verso sera".

E i danni psicologici?

"La letteratura inizia a essere sterminata e gli effetti peggiori si riscontrano soprattutto tra gli adolescenti. Da quando gli smartphone hanno iniziato a diffondersi, a partire dal 2012, si notano tutta una serie di fenomeni, dall’aumento della depressione alla diminuzione del rendimento scolastico".

Sono aumentati anche i disturbi dell’apprendimento.

"Sono macchine per la distrazione. Tre quarti del tempo che utilizziamo con lo smartphone vengono impiegati sui social media. Con effetti anche sull’autostima. Tutti in mostra, si indebolisce la sicurezza di sé".

Che fare?

"Sicuramente deve arrivare nelle mani dei bambini il più tardi possibile, idealmente non prima della seconda media e se possibile anche dopo. Progressivamente bisogna limitarne l’uso o escluderlo nelle scuole, dove si somma il rischio di cyberbullismo. A Milano sono nati i “Patti digitali“, un progetto del professore Marco Gui della Bicocca, che sta avendo successo in tutta Italia. Un ottimo strumento per dare elementi scientifici a famiglie, studenti e docenti".

C’è però una spinta opposta: digitalizzazione della scuola.

"Tema sollevato 40 anni fa, all’avvento del pc. Ricordo un articolo su Forbes di un giornalista esperto di tecnologia: “Se non stiamo attenti finirà che nelle scuole dei poveri ci saranno schermi e mouse e nelle scuole dei ricchi docenti in carne ed ossa“. La tecnologia, se usata correttamente, può essere d’aiuto a docenti e studenti, non è certo salvifica".

Lo dice da informatico.

"Su questo tema è fondamentale il contributo delle diverse discipline: sociologi, informatici, psicologi. Si è spesso pensato che l’introduzione della tecnologia avrebbe consentito di fare balzi in avanti nell’apprendimento ma, sistematicamente, non è stato mai provato. L’istruzione continua a essere interpersonale, bisognerebbe investire in docenti pagati bene, in biblioteche a scuola, mentre si preferisce investire in tecnologia che, tra l’altro, non produciamo noi".

Negli Usa sono nati i “Luddite Club“, gruppi di giovani che rinunciano allo smartphone.

"Sta diventando uno status symbol poterne fare e meno. Ma per la maggior parte delle persone è indispensabile".

La soluzione?

"Regolamentarne l’uso, come in Francia. Evitare di mandare posta elettronica nel weekend è un modo per dire che non tutto il tempo è lavoro".

Il diritto alla disconnessione.

"Sì. Serve un intervento legislativo anche qui. E alla scuola servono linee guida". 

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