I rilievi della polizia nello stabile in via Lorenteggio dove la donna riceveva i clienti contattati attraverso inserzioni pubblicate su siti internet
I rilievi della polizia nello stabile in via Lorenteggio dove la donna riceveva i clienti contattati attraverso inserzioni pubblicate su siti internet
di Andrea Gianni Quindici anni di carcere, per aver ammazzato durante una lite la prostituta 52enne Stefania Maria Rosa Dusi, nella stanza in via Lorenteggio 38 dove la donna riceveva i clienti. Per il carpentiere egiziano Ibrahim Mostafa Mohamed Saleh, 26 anni, è arrivata la condanna in primo grado, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato. Il gip di Milano Lidia Castellucci lo ha riconosciuto colpevole di omicidio volontario, accogliendo l’impianto accusatorio del pm Cristiana Roveda che aveva chiesto però una condanna a 18 anni contestando anche l’aggravante del vincolo di ospitalità. Respinta la ricostruzione difensiva di un omicidio...

di Andrea Gianni

Quindici anni di carcere, per aver ammazzato durante una lite la prostituta 52enne Stefania Maria Rosa Dusi, nella stanza in via Lorenteggio 38 dove la donna riceveva i clienti. Per il carpentiere egiziano Ibrahim Mostafa Mohamed Saleh, 26 anni, è arrivata la condanna in primo grado, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato. Il gip di Milano Lidia Castellucci lo ha riconosciuto colpevole di omicidio volontario, accogliendo l’impianto accusatorio del pm Cristiana Roveda che aveva chiesto però una condanna a 18 anni contestando anche l’aggravante del vincolo di ospitalità. Respinta la ricostruzione difensiva di un omicidio preterintenzionale commesso dall’uomo, che ha sostenuto di aver agito senza l’intenzione di uccidere. Un omicidio avvenuto il 28 aprile dell’anno scorso, in pieno lockdown, che rischiava di rimanere impunito. La morte della 52enne, dalla vita travagliata, era stata inizialmente attribuita a un suicidio o a un malore, anche perché la stretta al collo non aveva lasciato segni evidenti sulla pelle. Ma l’autopsia e le meticolose indagini della Squadra mobile hanno fatto emergere la verità, che Saleh aveva cercato maldestramente di nascondere cancellando le tracce dei contatti telefonici con la vittima per concordare l’appuntamento sfociato nel delitto. Il medico legale, consulente della Procura, al termine degli accertamenti sul cadavere identifica una "rottura bilaterale dei cornetti tiroidei, lesione da ricondurre con ogni probabilità a una pressione esercitata sul collo della vittima, tanto da poter determinare la morte per asfissia meccanica". L’omicidio sarebbe avvenuto tra le 15 e le 23 del 28 aprile. A quel punto scattano le indagini per dare un volto al killer, con in mano la carta da giocare del Dna rilevato su una sigaretta repertata dalla Scientifica e sul corpo della vittima. Tutti i contatti telefonici corrispondono a persone che conoscevano Dusi da tempo e che lei aveva registrato in rubrica. Tutti tranne uno: quello intestato a Saleh, arrivato in Italia nel 2018 e destinatario di un provvedimento di espulsione mai eseguito, che alle 17 del 28 aprile ha effettuato una chiamata di 9 secondi alla donna. L’attenzione si concentra su di lui. È suo il volto ripreso alle 16.57 dalla telecamera installata davanti al civico 32. Verosimilmente sono sue le gambe che mulinano velocemente alle 17.23 per non perdere la 50 diretta in piazza Bolivar. È suo il Dna sul mozzicone e sull’unghia del dito medio della mano destra di Stefania, che con ogni probabilità l’ha graffiato per difendersi.

L’ultima conferma è arrivata dall’analisi dei consumi di energia elettrica, con un crollo iniziato in corrispondenza dell’ora presunta della morte seguita dalla rapida fuga dell’egiziano dallo stabile. Perché l’ha fatto? Non per soldi: i 3.200 euro presenti nell’abitazione non sono stati portati via. "Un possibile movente – annotava il gip nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico dell’uomo – potrebbe essere una lite tra Dusi e Saleh sul tipo di prestazione o sul prezzo da pagare, discussione che potrebbe essere stata determinata anche da una mancata corrispondenza tra la rappresentazione di sé sui siti internet in cui pubblicizzava la sua attività prostitutiva – talvolta il suo numero di telefono era abbinato a fotografie di donne più giovani o era indicata un’età inferiore – e la realtà palesatasi all’indagato".