I rilievi nella zona dell'aggressione
I rilievi nella zona dell'aggressione

Milano, 20 gennaio 2019 - Ha aspettato per più di 14 anni. Da quella mattina del 20 agosto del 2006. Per lui, arrivato tre mesi prima al Nucleo operativo della Compagnia Monforte dei carabinieri di Milano (oggi guidata dal capitano Silvio Maria Ponzio), fu il primo caso delicato da seguire. Una donna violentata mentre stava andando al lavoro, in un’area abbandonata di Porta Vittoria. Lo stupratore che sparisce nel nulla. L’identikit di un fantasma. Il clamore mediatico e le polemiche sulla sicurezza. Sterpaglie da scandagliare centimetro per centimetro. Poi il segnale del telefono che accende un faro sulla zona della Stazione Centrale. Il lavoro sul territorio a caccia della dritta giusta. Mesi e mesi di indagini che non portano a nulla, fino all’archiviazione del fascicolo. Il 30 novembre scorso, ecco la svolta: il Ris di Parma gli comunica che il profilo genetico isolato su un mozzicone di sigaretta ritrovato all’epoca corrisponde a quello rilevato sul tampone salivare di un algerino di 49 anni arrestato per furto nel 2017. Si riaccende la speranza. Riparte la caccia, chiusa sabato con la cattura del presunto colpevole. "C’è grande soddisfazione per questo risultato, la soddisfazione di aver contribuito a dare giustizia a una donna che ha sofferto tanto e che finalmente ha potuto tirare un sospiro di sollievo", dice al Giorno il maresciallo maggiore Antonio Plaitano.

Torniamo indietro di 14 anni. Cosa ricorda di quei giorni?
"Tutto. A cominciare dai lunghi sopralluoghi in quell’area dismessa, molto diversa da oggi: c’erano campi incolti, li passammo al setaccio palmo a palmo. La vittima ci diede un’indicazione del luogo in cui era avvenuta la violenza, ma lo choc poteva averne annebbiato i ricordi: esaminammo centinaia di metri quadrati di terreno".

E trovaste, tra le altre cose, quel mozzicone di sigaretta decisivo per incastrare il presunto stupratore. All’epoca riusciste a seguirne le tracce fino alla Centrale, dove l’avete catturato sabato.
"Ci arrivammo tramite il telefono rapinato alla vittima, ma era un’area molto vasta e frequentata. Controllammo decine di persone, iniziammo un lavoro certosino di ricerca di fonti confidenziali che poi ci tornarono utili in altre occasioni. Avevamo l’identikit di un fantasma: una faccia senza un nome, non riuscimmo a trovarlo".

E poi il 30 novembre...
"In quel momento ho pensato: “Ora dobbiamo prenderlo“. Abbiamo riattivato i vecchi canali, anche perché sapevamo che a novembre del 2020 era stato denunciato per furto proprio nella zona della Centrale. L’abbiamo individuato e monitorato per una decina di giorni, seguendone gli spostamenti: abitudinario, frequentava sempre gli stessi posti e la notte dormiva dove capitava, appoggiandosi anche a strutture di accoglienza. Nel frattempo, la Procura aveva già riaperto il fascicolo e appena è arrivata l’ordinanza del giudice siamo andati ad arrestarlo".

Lui si è mostrato spavaldo al momento dell’arresto.
"Sì, forse non si è reso neppure conto della gravità delle accuse che gli abbiamo contestato".

Cos’ha provato dopo tutto questo tempo?
"Soddisfazione per il risultato ottenuto. Un risultato di squadra, merito di tutti coloro che ci hanno lavorato: dal primo all’ultimo, sono stati tutti fondamentali ( durante la conversazione, Plaitano ha sempre usato il plurale e mai il singolare, ndr )".

Ci ha sempre sperato?
"Ho tanta fiducia nella tecnologia e nei progressi continui della scienza: oggi possiamo fare cose che solo 2 anni fa, non 20, non eravamo in grado di fare".

Ha risentito la vittima?
"Sì, sia per le indagini che per dirle che finalmente l’avevamo preso. Ferite così restano per tutta la vita, ma almeno le abbiamo dato giustizia".