
Ristorante in Galleria a Milano
Milano, 30 agosto 2025 – L’asta online che ha portato al passaggio di mano della catena Burgez, con 51 rilanci a partire da una base di 940mila euro arrivando a un prezzo finale di 1,3 milioni di euro, è l’ultimo “colpo“ nel risiko della ristorazione milanese, messo a segno da un gruppo del settore (ancora non noto) che rileva marchio e negozi finiti al centro di una crisi aziendale.
Settore che, analizzando i dati del registro imprese, nella Città metropolitana ha vissuto un boom dal 2015, anno di Expo, seguito da un assestamento dopo la pandemia con nuovi equilibri. Nel 2014 i bar aperti superavano i ristoranti, poi c’è stata un’inversione di tendenza. Nell’arco di 11 anni si sono persi 1.651 bar, e si registrano invece 2.340 ristoranti in più. Complessivamente, nel Milanese, a fine giugno 2014 operavano 16.360 imprese tra bar, ristoranti e altre attività affini. Il picco nel 2021, quando nello stesso periodo dell’anno le imprese sono salite a 18.409, seguito da un lieve calo fotografato dai dati: nel giugno scorso si registravano 17.438 imprese attive. Aumentano gli imprenditori stranieri (nel 2020 erano 5371 e ora sono 5634), calano le donne e i giovani.
“A Milano il settore continua a registrare numeri positivi – spiega Lino Stoppani, presidente di Fipe ed Epam, l’associazione pubblici esercizi di Confcommercio Milano – quello che ci preoccupa è la desertificazione commerciale, che lascia alcuni quartieri sguarniti di servizi. Il Comune, pur con alcuni ritardi, ha varato il nuovo regolamento dei pubblici esercizi che potrebbe offrire soluzioni”.
Spicca il dato sulla “mortalità“ delle imprese, perché nella ristorazione il 50% finisce per chiudere i battenti a cinque anni dall’apertura, soprattutto in una piazza come quella di Milano con una forte concorrenza, e il problema che si sta facendo sempre più acuto del caro affitti e della difficoltà nel trovare personale. Nell’immediato, solo a Milano, servirebbero almeno mille lavoratori in più, tra cuochi, camerieri e altre figure. “Solo per effetto dell’inflazione gli affitti sono aumentati del 10% – prosegue Stoppani – aggiungendosi all’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime. Per questo rilanciamo la proposta della cedolare secca, oltre a una riduzione delle tasse locali”.
Un settore salvato dal turismo, che per ora compensa la riduzione dei consumi dovuta al carovita ma concentra il business in alcune zone lasciando coni d’ombra. “Il turismo non va fermato ma organizzato – sottolinea Stoppani – adeguando le città e le infrastrutture. E le Olimpiadi invernali 2026 saranno un’occasione di crescita, benzina sul settore portata da grandi eventi come fu Expo”.