Maria Rescigno, biologa dell’Humanitas University vince il premio internazionale Pezcoller: “Gli inizi? Un microscopio da bambina”

Milano, professore di patologia generale si aggiudicherà l’edizione 2024 del prestigioso riconoscimento per le donne impegnate nella ricerca sul cancro

La biologa Maria Rescigno

La biologa Maria Rescigno

Rozzano (Milano) – Eccellenze italiane. La biologa Maria Rescigno, responsabile del laboratorio di Immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas, professore di patologia generale all’Humanitas University, dove ricopre anche il ruolo di pro-rettrice alla ricerca, si aggiudicherà l’edizione 2024 del premio Pezcoller per le donne impegnate nella ricerca sul cancro. I suoi studi sul microbiota intestinale, e sul ruolo che questo può giocare nelle neoplasie, promettono di dare un contributo prezioso alla medicina.

Professoressa, com’è nata la sua passione per la biologia?

"Quando avevo 12 anni accompagnai mia madre a casa di una sua amica, biologa, che mi fece osservare una striscia di sangue al microscopio. Ne restai affascinata. Per un po’ quell’episodio rimase sepolto nella mia mente, salvo poi riemergere quando si trattò di scegliere la facoltà universitaria: optai per quella di biologia perché mi sembrò più applicativa rispetto a matematica e chimica, le altre ipotesi che avevo valutato".

I suoi studi si concentrano sul microbiota. Che cos’è e perché tanto interesse?

"Anche qui si parte da un aneddoto. Durante un viaggio con le amiche in Guatemala contrassi la malattia del viaggiatore, o “maledizione di Montezuma“. Da quel momento la flora intestinale mi sembrò un campo d’indagine meritevole di attenzione".

Quale reputa sia stato il suo contributo più importante alla ricerca?

"I miei studi si concentrano appunto su quell’insieme di micro-organismi che vivono nell’intestino. Ho cercato di approfondire i legami fra questa parte del nostro corpo, il sistema immunitario, il cervello e la cancerogenesi. Un microbiota sano può favorire l’immunoterapia".

A quali altri progetti sta lavorando?

"Coordino un programma finanziato dall’Airc che, attraverso 8 unità operative in tutta Italia, mira alla messa a punto di un vaccino contro il melanoma.

Progetti come questo rendono l’idea di quanto cerchiamo di fare: portare la ricerca al letto del paziente".

Donne e scienza. Un binomio possibile?

"Nei numeri, la disparità di genere è ancora evidente. Le donne con famiglia, in particolare, faticano a intraprendere questo percorso.

Bisogna essere molto motivate, avere un partner comprensivo, suddividere in maniera equa i doveri della coppia. E mettere in conto qualche sacrificio: i miei primi stipendi sono serviti a pagare la baby sitter. Ma precariato e difficoltà non devono spaventare. Se si persevera, i risultati arrivano. Vale anche per gli uomini".

Meglio lavorare in Italia, o all’estero?

"Io ho scelto di lavorare in Italia, ma è importante che le istituzioni del nostro Paese s’impegnino a finanziare la ricerca anche dopo il Pnrr. Non servono risorse a pioggia, ma programmi mirati. Un Paese che investe in questo settore è una realtà che guarda al futuro. Quello del ricercatore è il lavoro più bello del mondo perché può salvare delle vite, ne abbiamo avuto una dimostrazione col vaccino anti-Covid. È fondamentale che chi lo svolge percepisca compensi adeguati e veda riconosciuto il proprio ruolo sociale".

Cosa pensa del premio che le verrà assegnato nel 2024?

"Orgogliosa di aver superato una selezione tra le più rigide. Lo considero un tributo all’Italia. E alle donne impegnate nella scienza".

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