Parla Marco Vizzardelli: “Non sono comunista ma Salvini non sa nulla della Scala. Così è nata l’idea dell’urlo antifascista”

La Prima del Don Carlo a Milano, il giornalista 65enne appassionato di musica e cavalli racconta cos’è successo in teatro: “Segre strumentalizzata, dovevo fare qualcosa”

Marco Vizzardelli
Marco Vizzardelli

Nome? “Marco”. Cognome? "Vizzardelli". Nato il? “Primo luglio 1958”. A parlare è Marco Vizzardelli che, con la sua frase gridata dal Loggione è diventato il vero protagonista della Prima della Scala. Proseguiamo. 

Professione?

“Giornalista pubblicista”.

Segni particolari?

“Appassionato di Scala e cavalli, non necessariamente in quest’ordine”.

Quante telefonate ha già ricevuto oggi? (Glielo chiediamo alle 13...)

“Il telefono si sta fondendo”.

Marco Vizzardelli con la pianista georgiana Katja Buniastishvili
Marco Vizzardelli con la pianista georgiana Katja Buniastishvili

Cos’è successo alla Prima della Scala?

“Faccio una premessa. Il giorno prima del Don Carlo, mi ha molto infastidito il fatto che sia stata messa in mezzo la senatrice a vita Liliana Segre, tirata a destra e a sinistra quasi fosse uno scudo umano. Ho continuato a pensarci ancora, anche mentre ero in coda con i miei amici per salire al loggione”.

Cosa vi siete detti?

“Che era il caso di fare qualcosa. Io ho detto loro che bisogna assolutamente evitare iniziative che tirassero dentro in qualche modo anche la senatrice Segre. Prima dell'inno, un altro loggionista, non io, ha urlato "No al fascismo", ma quella voce non mi ha condizionato. Dopo l'Inno, che peraltro è obbligatorio eseguire solo in presenza del presidente della Repubblica, mi è venuto quasi spontaneo dire quella frase, pronunciata in maniera perentoria, quasi come una constatazione”.

Quale frase?

“Viva l’Italia antifascista”.

Cosa è successo dopo?

“Ho sentito una voce di donna dire ‘Bravo’ e qualche applauso in platea”.

Poi è iniziata l’opera.

“Verso la fine del primo atto, ho visto una persona che si avvicinava nel buio: dai movimenti ho capito che si trattava di un agente. Gentile, mi ha tranquillizzato e mi ha detto che non era niente di grave. Alla fine del primo atto, quando si sono accese le luci in sala, mi ha mostrato il distintivo e mi ha chiesto i documenti. ‘Perché? Cosa ho fatto di male?’, ho risposto. E me ne sono andato. Poco dopo, sono arrivati altri quattro poliziotti in borghese, che si sono qualificati come appartenenti alla Digos: mi hanno spiegato che dovevano identificarmi e che se mi fossi rifiutato di fornire un documento avrei commesso un reato. A quel punto, l'ho buttata sul ridere: Se avessi detto ‘Viva l'Italia fascista’, avreste dovuto prendermi e mandarmi fuori, ma così no... a quel punto, anche loro si sono messi a ridere. La situazione era tranquilla: pensi che ho fotografato da solo il mio documento elettronico e ho inviato lo scatto via Whatsapp a uno di loro”.

Lei è comunista?

“Comunista proprio no. Mi definirei di centrosinistra, magari, ma soprattutto non razzista e non fascista: il nero come la pece è una cosa che mi urta profondamente e che non riesco a tollerare. Ho detto una cosa lapalissiana, scritta nella Costituzione: perché tutto questo can can?”.

Il vicepremier Matteo Salvini ha detto che chi urla alla Scala, quindi anche lei, ha un problema...

“Con quella frase ha mostrato quanto non sappia nulla della Scala e dell’opera: in teatro si sono dette e sentite cose ben peggiori”.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto di non aver sentito...

“Furbo”.

Lo rifarebbe?

“Certo, oggi ne sono ancora più convinto. Cosa ho fatto di male? Non ho commesso alcun reato”.

Le è piaciuto lo spettacolo?

“Direzione e cantanti di grandissima qualità, regia penalizzante direi”.

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