Lucia Uva
Lucia Uva

Varese, 23 maggio 2018 -  "Quattro euro di risarcimento simbolico e che i due carabinieri e sei poliziotti imputati si spoglino per sempre della divisa". E' la richiesta formulata stamane in aula davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Milano, tramite i suoi legali, da Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto nel 2008 dopo un fermo a Varese, e ora parte civile nel processo per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona aggravato a carico di due militari dell'Arma e sei agenti.

La proposta di risarcire la sorella della vittima con un euro per ogni capo di imputazione contestato originariamente agli imputati (omicidio preterintenzionale, sequestro persona, abbandono di incapace, abuso di autorità) era già stata avanzata in primo grado dagli avvocati Alberto Zanzi e Fabio Ambrosetti al Tribunale di Varese, che nel 2016 ha assolto gli imputati da tutte le accuse. "Non voglio che vadano in carcere - ha detto Lucia Uva parlando con i cronisti fuori dall'aula - ma che si spoglino della divisa che portano". Giuseppe Uva fu fermato da due militari mentre stava spostando alcune transenne nel centro di Varese, fu poi trattenuto in caserma per alcune ore e trasportato all'ospedale di Circolo della città lombarda, dove morì per arresto cardiaco la mattina successiva. Secondo i legali di parte civile, l'operaio quella sera fu "arrestato illegalmente" per un reato di lieve entità, ovvero disturbo della quieta pubblica. "Se fosse vivo - hanno spiegato in aula - oggi Uva avrebbe risposto per i fatti di quella notte con una contravvenzione da 150 euro". Poi, durante il loro intervento davanti alla Corte d'Assise d'Appello hanno continuato, sottolineando che "nel processo di primo grado nessuno ha voluto scoprire la verità, tutti quelli che dicono qualcosa contro i carabinieri sono considerati falsi testimoni. Per dire che un teste è inattendibile lo devi dimostrare: cercare riscontri contro i testimoni si fa solo nei processi contro i carabinieri".