Gianni Sala morto e le guardie di Sky, l’autopsia “infinita” e quelle tracce sul collo: 4 mesi di misteri

Rogoredo, il 34enne morto dopo essere stato bloccato da due vigilantes Il pm concede 60 giorni di proroga per gli accertamenti medico-legali L’avvocato: "Elementi compatibili con la pressione del ginocchio"

La sequenza della colluttazione e il tentativo di rianimare Gianni Sala
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L’autopsia non avrebbe ancora messo sul tavolo una risposta definitiva sulla morte di Gianni Sala, il 34enne bloccato dai viglianti all’ingresso della sede Sky a Rogoredo la notte tra il 19 e il 20 agosto, ma una serie di elementi che devono essere approfonditi. Per questo il pm Alessandro Gobbis ha concesso ai consulenti altro tempo, 60 giorni in più, per la relazione finale, necessaria per definire eventuali responsabilità delle due guardie di 46 e 64 anni indagate per omicidio colposo. Relazione del medico legale (oltre agli esami tossicologici), che dovrebbe essere depositata nei primi mesi del nuovo anno, attesa anche dalla famiglia del 34enne palermitano, con problemi di tossicodipendenza, che da qualche anno si era trasferito nella casa della madre a Germignaga, nel Varesotto.

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Un’esistenza difficile, con lunghi periodi trascorsi sulla strada, fino a quella tragica notte nei pressi dell’ex “boschetto della droga“ e delle nuove aree di spaccio a Rogoredo. "L’autopsia ha rilevato una raccolta di sangue all’altezza del collo e della mascella – spiega il legale della famiglia, l’avvocato Giuseppe Geraci – che potrebbe essere compatibile con la pressione del ginocchio quando Gianni Sala era già riverso a terra. Restiamo in attesa degli ultimi esami anche se la dinamica è già chiara, in tutta la sua gravità, grazie al video della telecamera che ha ripreso la scena".

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Gianni Sala compare nel filmato alle 23.56. Fa avanti e indietro più volte, probabilmente sotto effetto della droga. Poi si avvicina ai vigilanti in servizio davanti alla sede Sky con un atteggiamento che, all’apparenza, non è minaccioso. Dopo una ventina di minuti viene respinto da uno dei vigilanti, che lo fa cadere a terra. Sbatte la testa contro il marciapiede. Poi, alle 00.25, la guardia giurata più giovane si posiziona sulla schiena di Gianni Sala con un ginocchio e ci rimane fino alle 00.32. Alle 00.33 i vigilanti praticano un massaggio cardiaco. L’ambulanza arriva alle 00.47, quando per il 34enne non c’è più nulla da fare. L’automedica, all’1.03, può solo constatare la sua morte. Una scansione temporale al centro dell’inchiesta, condotta dalla Squadra mobile e coordinata dal pm Gobbis, aperta per vagliare eventuali responsabilità dei due vigilanti nella morte per arresto cardiaco del palermitano. Dai primi esami sulla salma non erano state individuate fratture al torace da schiacciamento.

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Ma altri segni sono finiti sotto la lente, nell’ambito degli accertamenti sull’intervento con il ginocchio per immobilizzare Sala e sul peso di quella manovra tra i fattori che hanno provocato la morte. Si dovrà valutare inoltre se quella manovra di contenimento abbia o meno violato regole di prudenza per casi del genere, con un uso eccessivo della forza fisica. La delicatezza e la complessità degli esami hanno richiesto quindi una proroga di 60 giorni, che allunga i tempi per il deposito della relazione conclusiva sulle cause del decesso.

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Da subito i familiari di Gianni Sala hanno chiesto di fare "la massima chiarezza". Danilo Sala, che lavora sulla navi da crociera, aveva descritto il fratello maggiore come "una persona fragile e sensibile, che non avrebbe mai fatto male a nessuno". Un uomo che quella notte "era in stato confusionale ma non aggressivo, ed è stato trattato con violenza da persone che invece avrebbero dovuto aiutarlo e chiamare i soccorsi". I problemi di droga di Gianni Sala erano iniziati durante l’adolescenza, a Palermo, aggravandosi nel corso degli anni, con la dipendenza da cocaina e altre sostanze. Problemi che l’uomo si è trascinato anche in Lombardia, dopo il trasferimento nella casa della madre a Germignaga, con la frequentazione del boschetto di Rogoredo. Era uno dei “fantasmi“ che vivono per strada, attratti dall’area di spaccio dove venerdì sera è stata anche celebrata, all’aperto, la messa in attesa del Natale. Una chiesa costruita con una tettoria provvisoria che protegge una navata fatta di asfalto e terra battuta in via Sant’Arialdo, dove la stola del sacerdote ha i colori dell’arcobaleno che annulla differenze e pregiudizi.

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