Gianni Rivera e la battaglia contro il museo di San Siro: “La partita non è finita, mi rivolgerò alla Corte Europea”

L’ex campione del Milan parla dopo aver perso in Cassazione: “Usata la mia immagine senza autorizzazione. Non mi piego alle leggi del marketing”. E sullo stadio: “L’ipotesi di abbatterlo è una sciocchezza”

Gianni Rivera, 80 anni, ha vinto tutto con il Milan. A destra, la statuina della querelle, accanto a quelle di Giacinto Facchetti
Gianni Rivera, 80 anni, ha vinto tutto con il Milan. A destra, la statuina della querelle, accanto a quelle di Giacinto Facchetti

“Mi rivolgerò alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché ritengo siano stati violati i miei diritti". Non si ferma Gianni Rivera, tra i numeri "10" più forti della storia del calcio, glorioso capitano rossonero che ha compiuto 80 anni lo scorso 18 agosto, campione d’Europa nel 1968 e vice campione del mondo due anni dopo. Ancora agguerrito in campo, anche se non dentro uno stadio, ma nelle aule di tribunale.

Nei giorni scorsi la Cassazione gli ha dato torto: l’ex campione aveva fatto causa alla società che gestisce il San Siro Museum per inibire l’esposizione in quell’ala del Meazza di un busto, una maglietta, immagini e altri cimeli risalenti alla sua ventennale carriera milanista "per l’utilizzazione abusiva della sua immagine". Ma per i giudici quelle esposizioni hanno uno scopo culturale, "far rivivere ai tifosi la gloria dei campioni del passato", e hanno finalità didattiche, "posto che i più giovani non conoscono la la maggior parte di quei campioni per diretta esperienza, e dunque la mostra serve a farglieli conoscere indirettamente". Rivera ha incassato il colpo. Ma non si arrende.

Perché pensa che i suoi diritti siano stati violati?

"Perché viene utilizzata la mia immagine senza che io ne fossi a conoscenza e per scopo di lucro. Le persone pagano per andare a vedere quel museo (il biglietto costa 7 euro, tranne che per bambini e ragazzi sotto i 14 anni e over 65, ndr ), che è una semplice area espositiva, ma io non percepisco nulla, neppure quello che mi spetterebbe per il diritto all’immagine. La scultura del mio busto, tra l’altro, io l’avevo lasciata a Milanello e non avevo idea del fatto che fosse a San Siro. È un’opera d’arte realizzata dallo scultore e allenatore Paolo Todeschini e ci sono affezionato".

Dove vive adesso?

"A Roma".

Come ha scoperto della presenza dei cimeli? Ha visitato il museo a Milano?

"No, è stato un amico a informarmi, perché visitando quelle sale ha visto gli oggetti a me riconducibili e mi ha mandato delle fotografie. È successo pressappoco quattro anni fa, l’ho scoperto in questo modo. Non ne sapevo nulla. Non mi infastidisce che le persone vedano i miei cimeli, anzi. Io ce l’ho con chi specula sui calciatori del passato sfruttandone l’immagine ma senza riconoscere nemmeno una parte del guadagno a chi, quella posizione, se l’è conquistata con sacrificio. Mi infastidisce la “legge del business“, che è anche un segno dei tempi purtroppo. Ritengo di aver subìto un torto e andrò avanti a difendermi con i miei legali, rivolgendomi alla Corte europea dei diritti dell’uomo".

Prima di arrivare in Cassazione, com’erano andate le “partite“ precedenti?

"In primo grado, il Tribunale civile di Milano mi aveva dato ragione (condannando la società che gestisce il museo a un risarcimento di 200mila euro, ndr ). L’appello, però, ha ribaltato la situazione. E la Cassazione ha confermato il secondo verdetto. Ma non mi fermo. Non lo faccio solo per me ma per chiunque dovesse trovarsi nella mia situazione. Con questo spirito, nel 1968 ho contribuito a fondare l’Associazione italiana calciatori (il “sindacato“ dei calciatori, ndr ) nell’interesse dei più deboli".

Che cosa pensa del Milan di oggi?

"Non voglio giudicare il lavoro altrui. Io penso al calcio che è stato il mio mondo. Oggi è tutto cambiato, non mi ci ritrovo".

E dello stadio di San Siro, che ha rischiato l’abbattimento e che è salvo per il vincolo culturale?

"Io mi auguro che resti per sempre. Anche solo considerare l’ipotesi di abbatterlo è una sciocchezza, che richiama quella “legge del business“ contro cui mi batto: San Siro non è solo uno stadio, è un simbolo culturale, è la Scala del calcio e rappresenta a livello architettonico l’identità del calcio milanese".

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