Roberto Formigoni
Roberto Formigoni

Milano, 20 febbraio 2019 - «Paura di andare in carcere? No, nemmeno un po’. Se mi fermo a pensarci, però, divento pazzo». L’ha detto in un’intervista un paio di mesi fa, l’ex presidente della Lombardia Roberto Formigoni. Domani conoscerà la sua sorte. Approda in Cassazione, infatti, il processo per il “caso Maugeri” che lo scorso settembre gli procurò in appello una condanna per corruzione a 7 anni e mezzo di reclusione.

Ora per Formigoni, quasi vent’anni alla guida della Regione, una piccola parte delle imputazioni, in particolare quella che riguarda il capitolo ospedale San Raffaele, risulta prescritta. Ma in caso di condanna della Suprema Corte sul resto, pur con la modifica al ribasso della pena l’ex numero uno del Pirellone rischia davvero di finire in carcere. Una legge recente, la cosiddetta (dal governo gialloverde) “spazzacorrotti”, non consente infatti pene alternartive, nemmeno gli arresti domiciliari, per i condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Nelle motivazioni del verdetto di secondo grado, i giudici spiegarono che Formigoni si era meritato la pena massima prevista per essere stato corrotto anche con vacanze a «spese altrui», perché i fatti avrebbero «profili di gravità, oggettivi e soggettivi». Tra gli imputati ci sono anche l’imprenditore Carlo Farina e Costantino Passerino, ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, importante polo sanitario del Pavese.

Se la Suprema Corte dovesse però annullare con rinvio la sentenza dello scorso settembre per un nuovo giudizio d’appello, anche le restanti imputazioni per Formigoni, ossia quelle principali del processo e che riguardano proprio la Fondazione, cadrebbero in prescrizione (il termine, infatti, è a luglio prossimo), prima di una nuova decisione in terzo grado. Nel caso in cui invece la Cassazione decida di confermare la condanna prendendo solo atto dell’intervenuta prescrizione per il capitolo San Raffaele, potrebbe direttamente limare la pena al ribasso senza rimandare gli atti ad un nuovo appello. Se sarà condannato definitivamente, Formigoni (nel cui pool difensivo è entrato di recente anche il professor Franco Coppi, forse il più noto penalista italiano) rischia quindi concretamente di finire in cella anche se l’ultima parola spetterebbe in ogni caso al magistrato della procura milanese con il compito di rendere esecutiva la pena e che, in teoria, potrebbe interpretare la nuova norma che impedisce le misure alternative come non applicabile a reati precedenti la sua entrata in vigore. Tesi però minoritaria tra gli addetti ai lavori.

Stando alle indagini dei pm milanesi Laura Pedio e Antonio Pastore, dalle casse della Fondazione Maugeri sarebbero usciti, tra il 1997 e il 2011, 61 milioni di euro e dalle casse del San Raffaele, tra il 2005 e il 2006, altri 9 milioni. Soldi che sarebbero confluiti sui conti e sulle società del faccendiere Pierangelo Daccò e dell’ex assessore lombardo Antonio Simone (hanno patteggiato entrambi), presunti collettori delle tangenti, i quali avrebbero garantito milioni di euro (per i giudici oltre 6,6 milioni) in benefit di lusso, tra cui l’uso di yacht e il pagamento di vacanze, a Formigoni. E il politico in cambio avrebbe favorito la Maugeri e il San Raffaele con atti di giunta, garantendo rimborsi indebiti per prestazioni sanitarie (circa 200 milioni per la sola Maugeri). In appello sono stati condannati anche a 7 anni e 7 mesi Passerino e a 3 anni e 4 mesi Farina.