Debolezze “complesse“: "Così misure inefficaci"

Oggi c’è la grande incognita dell’assegno di inclusione e ci sono forti timori. Ogni 3 mesi il beneficiario deve presentarsi per confermare di avere i requisiti.

Debolezze “complesse“: "Così misure inefficaci"
Debolezze “complesse“: "Così misure inefficaci"

Fragilità che si sommano e che diventano sempre più complesse, ma senza le persone non si può fare nulla ed anche le misure rischiano di risultare inefficaci. A fare il quadro sull’attività degli assistenti sociali, per quanto riguarda la Lombardia, sono Manuela Zaltieri e Giulia Ghezzi, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Ordine degli Assistenti sociali della Lombardia. "La definizione dei Lep è stata utile per definire il livello zero, perché se non hai le persone per fare le cose, dal Dopo di noi alle dimissioni protette, ovviamente non si può operare. Ci sono territori più forti, altri più sguarniti. Lo Stato ha messo delle risorse per i Comuni e quelli più capaci hanno assunto, spesso personale che prima era nelle cooperative, grazie ai concorsi. Questo ha determinato un turnover importante". Oggi per gli assistenti sociali c’è la grande incognita dell’assegno di inclusione, le cui domande sono partite il 18 dicembre. L’Ordine, a livello nazionale, ha segnalato forti timori per le procedure complesse, che di fatto richiedono che i potenziali beneficiari si rivolgano agli assistenti sociali per poter anche solo compilare la domanda. "Il reddito di cittadinanza aveva dei problemi – sottolinea Ghezzi – ma avevamo capito quali erano ed eravamo disponibili a discuterne per migliorare. Invece si ricomincia con un’altra misura. Non possiamo che fare in modo di gestirla al meglio". Di fatto, dopo la domanda, ogni 3 mesi il beneficiario deve presentarsi al servizio per confermare che ha i requisiti per continuare a ricevere l’assegno. "Uno dei timori – sottolinea Zaltieri – è che ci sarà un grande carico di lavoro tanto da non riuscire a rispettare le tempistiche, col rischio di far perdere l’assegno".

Ma non è l’unica preoccupazione. "Il problema della povertà – prosegue Ghezzi – è che non si tratta solo di marginalità economica, ma anche relazionale, di opportunità, di conoscenza. Una persona con basso reddito, ad esempio, che vive in periferia ha probabilmente meno possibilità di accedere a buone cure. Per includere, quindi, non basta dare accesso al lavoro: se una persona è da 5 anni che non vive una dimensione sociale, non reggerà neanche un giorno al lavoro. Serve un approccio diverso". Ci sarà poi tutta la fascia degli occupabili ex reddito di cittadinanza, che non potranno neanche accedere a questo nuovo strumento. "Paradossalmente è più difficile dare chance a chi è considerato occupabile – sottolinea Zaltieri -. Per noi è difficile accettare queste categorizzazioni, è un sistema un po’ distorto. Vedremo come andrà fra qualche mese, ma le premesse non sono delle migliorI. Potenzialmente la platea potrebbe ampliarsi perché è stato ridotto da 10 a 5 il requisito di residenza in Italia, ma gli importi sono molto più bassi del Rdc".

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