Niccolò Bettarini in Tribunale
Niccolò Bettarini in Tribunale

Milano, 12 marzo 2019 - Davide Caddeo, il 30enne condannato a 9 anni per aver accoltellato Niccolò Bettarini, figlio di Stefano e Simona Ventura, passa dal carcere ai domiciliari ma con «l'obbligo» di frequentare un centro di cura per tossicodipendenti e una comunità dove dovrà lavorare. Lo ha deciso il gip Guido Salvini su istanza degli avvocati Robert Ranieli e Antonella Bisogno. Il gip ricorda la «difficile vita» dell'uomo, tossicodipendente dall'adolescenza, e mette in luce la «funzione rieducativa» della pena, anche se non definitiva. 

Caddeo, accusato di aver sferrato le 9 coltellate e che aveva ammesso in parte i fatti, era stato condannato lo scorso gennaio in abbreviato dal gup Salvini alla pena più alta, rispetto a quelle degli altri tre imputati che avevano partecipato all'aggressione e anche loro arrestati per tentato omicidio (hanno ottenuto i domiciliari nelle scorse settimane e uno è tornato in carcere dopo un'evasione). Nell'ordinanza il gip fa presente che, «nonostante la consistenza della pena» e i «precedenti penali dell'imputato», devono essere «tenute in considerazione alcune osservazioni» della difesa. Ossia, la «storia di difficile vita familiare con genitori dipendenti dall'eroina ed il padre a lungo detenuto», una situazione che ha portato anche il giovane «ad una precoce dipendenza da sostanze stupefacenti e alla commissione di una serie di reati». In più, va rilevato che da quando è detenuto il 30enne «ha seguito un iniziale percorso presso il Sert» delle carceri di San Vittore e Opera e «il Centro accoglienza per le dipendenze e il disagio sociale» il 15 febbraio scorso ha stilato per lui un «programma terapeutico» con colloqui «medici, psicologici e socioeducativi e costanti controlli tossicologici». Ed anche un «percorso di giustizia riparativa che si concretizzerebbe in un contatto» con lo stesso Bettarini.

Inoltre, don Claudio Burgio, presidente della Comunità educativa Kairos, il 13 febbraio si è reso disponibile «ad accogliere subito Caddeo» che potrà lavorare «nell'ambito della cucina e della manutenzione della Comunità». Per queste ragioni, il gip evidenzia l'inizio «di una riflessione» e di una «presa di consapevolezza sulla propria precedente condotta di vita» da parte dell'imputato, che «ha manifestato piena adesione a tali percorsi». Da qui, la decisione di concedergli i domiciliari a casa della fidanzata ma con l'obbligo di frequentare i due centri per curarsi e lavorare. Centri che potranno «favorire un processo di reinserimento e l'uscita dalla tossicodipendenza di
Caddeo», che ha anche due figlie piccole. Prescrizioni obbligatorie che anticipano la funzione rieducativa della pena, per favorire la sua «riabilitazione» anche se si è ancora in fase cautelare e non di condanna definitiva. Il 30enne, attraverso i suoi legali, ogni tre mesi dovrà attestare la frequenza nelle due strutture al giudice e, se non seguirà gli obblighi, i domiciliari saranno revocati.