ANNAMARIA LAZZARI
Cronaca

Allarme nei negozi di Milano, non si trovano più commessi: “Stipendio e contratto non attirano, vogliono fare tutti gli influencer”

Gli store vorrebbero assumere ma non trovano personale eppure la paga per un part-time è tra gli 800 e 1.100 euro: “Nessuno accetta più i sacrifici”

Mirko Di Lauro, responsabile di MM, negozio di calzature di via Torino

Mirko Di Lauro, responsabile di MM, negozio di calzature di via Torino

Milano – Caccia ai commessi nei negozi milanesi. Sulle vetrine dei principali indirizzi dello shopping - corso Buenos Aires, corso Vittorio Emanuele II e via Torino - è già tutto un fiorire di cartelli di "cercasi personale", neanche fosse già settembre. A rispondere? In pochissimi e per ragioni che non c’entrano solo col fatto che i possibili candidati siano in vacanza.

"Abbiamo messo l’annuncio da due settimane per una figura da commesso/a part-time o full-time. Solo una ragazza ha lasciato il curriculum e siamo in una zona a fortissimo passaggio, a due passi dal Duomo. Mai successo. Gli stipendi nel settore non sono da fame. Per un part time nel commercio si parte da una base di 800 euro che sale a 1.500 euro per 40 ore a settimana, senza contare straordinari, tredicesima, quattordicesima e premi. Per tanto tempo si è data la colpa, per le difficoltà di reclutamento, al reddito di cittadinanza ma la situazione non è migliorata con la riforma del sussidio. Io credo che la verità sia un’altra", afferma Mirko Di Lauro, responsabile di MM, store di calzature di via Torino. "Oggi come oggi il lavoro nel settore sales – prosegue lo store manager di 43 anni – tra i giovani italiani è concepito come “svilente”. Vogliono tutti fare gli influencer che però rischia di essere solo un bel sogno ad occhi aperti incapace di fornire un reddito. Invece quello delle vendite è un ambito dove non solo c’è una buona paga base ma l’ascensore sociale funziona ancora e si premia la meritocrazia. La mia storia lo dimostra: a 15 anni ho dovuto mollare le superiori per dare una mano in famiglia e dietro al bancone sono riuscito a fare carriera".

“Stiamo cercando due dipendenti part time e altrettanti store manager in tre punti vendita di Milano – dice Fabiola Fonte, 40enne responsabile di "Legami", negozio di idee regalo in corso Buenos Aires – Abbiamo messo un Qr Code sulla vetrina, ma si fa un gran fatica. Il Covid ha segnato una cesura, la pandemia è stata vissuta collettivamente come ‘memento mori’, ha accresciuto la consapevolezza che la vita è breve. Il peso della conciliazione fra tempi di vita coi turni è diventato il vero ago della bilancia e quasi nessuno accetta più di sacrificare la domenica per portare a casa uno stipendio. Eppure, a differenza di altri settori, il commercio offre una veloce stabilizzazione: è interesse dell’azienda fare il contratto a tempo indeterminato perché per la clientela è un problema il ricambio continuo del personale, è uno strumento di fidelizzazione poter contare su un volto “noto“ fra gli scaffali. Forse sono stata solo fortunata ma in 20 anni di lavoro dietro al bancone non sono mai stata precaria".

“Non solo è difficile trovare una persona che sia disponibile a lavorare nel weekend ma anche a fare un quarto d’ora in più di straordinario se il cliente entra all’ultimo minuto prima delle 19",  aggiunge Daniela Cremaschi, 48enne titolare dello store sportivo "Area 21" di corso San Gottardo. Per settembre vuole assumere una commessa part time 30 ore: "Parliamo di un salario che parte da 1.100 euro. In una realtà a conduzione familiare bisogna sapere imparare a fare tutto, non solo la vendita ma anche la cassa, gli ordini, il magazzino. Ma è una logica che fa fuggire molti candidati. La maggior parte peraltro non è interessata a un inserimento a lungo termine: cerca solo un “parcheggio“ in attesa di poter iniziare a fare un lavoro catchy”.