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4 ago 2022
4 ago 2022

Biopsia liquida per il tumore al colon retto Un esame che migliora la qualità della vita

Lo studio Chronos utile per capire il momento giusto per somministrare la terapia

4 ago 2022
Andrea Sartore Bianchi professore dell’Università degli Studi di Milano responsabile dell’Oncologia Clinica Molecolare all’ospedale Niguarda
Andrea Sartore Bianchi professore dell’Università degli Studi di Milano responsabile dell’Oncologia Clinica Molecolare all’ospedale Niguarda
Andrea Sartore Bianchi professore dell’Università degli Studi di Milano responsabile dell’Oncologia Clinica Molecolare all’ospedale Niguarda
Andrea Sartore Bianchi professore dell’Università degli Studi di Milano responsabile dell’Oncologia Clinica Molecolare all’ospedale Niguarda
Andrea Sartore Bianchi professore dell’Università degli Studi di Milano responsabile dell’Oncologia Clinica Molecolare all’ospedale Niguarda
Andrea Sartore Bianchi professore dell’Università degli Studi di Milano responsabile dell’Oncologia Clinica Molecolare all’ospedale Niguarda

La ricerca in campo medico continua a fare passi da gigante. A questo proposito lo studio “Chronos” per il carcinoma del colon-retto, coordinato dall’Ospedale Niguarda di Milano e dall’Istituto di Candiolo IRCCS, con la collaborazione dell’IFOM di Milano, dell’Università degli Studi di Torino e dell’Università degli Studi di Milano, dimostra che la biopsia liquida può essere utile per capire il momento giusto in cui somministrare una seconda terapia bersaglio molecolare ad un paziente. La biopsia liquida è un esame che con un prelievo di sangue consente di ottenere maggiori informazioni sul tumore di cui una persona è affetta. Nello studio, pubblicato sulla rivista “Nature Medicine“, i ricercatori hanno integrato la biopsia liquida nel processo di decisione della terapia.

Per i pazienti affetti da tumore al colon retto metastatico le aspettative di sopravvivenza e di miglioramento della qualità della vita dipendono dalla possibilità di rallentare la progressione tumorale grazie ad interventi mirati. Se una volta somministata la terapia a bersaglio molecolare, il paziente sviluppa forme di resistenza al farmaco, è possibile somministrare di nuovo la stessa cura nel corso del programma rechallenge. Nei pazienti ai quali può essere somministrata una terapia di rechallenge viene effettuata una biopsia liquida per decidere il trattamento: qualora non vi fosse traccia delle mutazioni di resistenza viene dato l’ok alla terapia. "Abbiamo osservato che spesso erano presenti alterazioni geniche di resistenza, probabilmente insorte dopo la prima esposizione ai farmaci", spiega Andrea Sartore Bianchi, professore dell’Università degli Studi di Milano, "applicando un concetto di tolleranza molecolare zero, abbiamo somministrato la terapia solo ai pazienti che erano depurati dal farmaco iniettato e abbiamo ottenuto un tasso di risposte tumorali del 30% e un controllo di malattia oncologica del 63%".

Silvia Marsoni, responsabile del laboratorio di Oncologia di Precisione di Ifom, aggiunge: "Avere uno strumento diagnostico che escluda trattamenti sicuramente inefficaci risparmia inutili tossicità e sofferenze".

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