L’attivista 62enne Cristina Cattafesta
L’attivista 62enne Cristina Cattafesta

Milano, 26 giugno 2018 - «Hanno montato un caso per niente: durante un normale controllo di polizia per strada, hanno visto sul mio profilo Facebook una bandiera del Pkk e mi hanno accusata di fare propaganda terroristica». Cristina Cattafesta, l’attivista milanese bloccata domenica dalla polizia a Batman, nel sud-est a maggioranza curda della Turchia, è stata trasferita nella foresteria di un centro di detenzione per stranieri nella città. Quasi certamente verrà espulsa, e potrà rientrare in Italia. La vicenda, però, non è ancora chiusa. Non è stata contestata l’accusa di connessioni con il Pkk, che rischiava di aprire le porte del carcere per la 62enne volata in Turchia come osservatrice elettorale per il partito filo curdo Hdp, nelle presidenziali vinte dal premier Recep Tayyip Erdogan. Ma restano incerte le tempistiche dell’espulsione. Il completamento delle procedure potrebbe richiedere anche diversi giorni. La sorella Silvia, i familiari e gli attivisti del Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (Cisda) continuano quindi a vivere ore di ansia per la sua sorte. «È caduta la grave accusa per cui rischiava di essere incriminata - spiega Laura Quagliuolo, attivista del Cisda - per questo chiediamo che non venga trattenuta ulteriormente».

Candidata nel 2016 alle elezioni comunali con la lista Milano in Comune di Basilio Rizzo, Cristina Cattafesta è impegnata da tempo in battaglie per i diritti dei curdi, che l’hanno portata in Turchia in occasione delle elezioni. Durante un controllo della polizia su un gruppo di attivisti è stata posta in stato di fermo e portata in cella, dove ha trascorso una notte. Ieri, dopo l’interrogatorio, è stata trasferita nel centro di detenzione per stranieri in attesa dell’espulsione. Un caso seguito dall’ambasciata italiana ad Ankara, in stretto raccordo con la Farnesina. «Il fatto di pubblicare foto su Facebook non è un crimine - spiega Cattafesta - gli ho chiesto di cercare sulle email o sul mio cellulare una prova che io abbia un contatto anche lontanissimo con una persona legata al terrorismo. Non sono stati in grado di farlo - prosegue - secondo me volevano creare un caso politico dal niente, volevano intimidire eventuali osservatori internazionali».