Allarme antisemitismo: "Cambia sempre volto. Sta a noi riconoscerlo in ogni tempo e luogo"

Milena Santerini, docente alla Cattolica, ex coordinatrice nazionale della commissione nel governo Draghi dal 2020 al 2022 rilancia il progetto della Rete dei musei sulla Shoah, capofila è Milano.

Allarme antisemitismo: "Cambia sempre volto. Sta a noi riconoscerlo in ogni tempo e luogo"

Allarme antisemitismo: "Cambia sempre volto. Sta a noi riconoscerlo in ogni tempo e luogo"

Dalla necessità di riconoscere le nuove "forme di antisemitismo" al dovere di continuare a fare memoria senza tradire la Storia (e le storie), evitando però le trappole della retorica. Una sfida che parte da Milano, dal Memoriale della Shoah, sempre più luogo privilegiato di riflessione per la città, per la prima volta in rete con altri sei importanti Memoriali d’Italia.

Ce ne parla Milena Santerini, vicepresidente della Fondazione Memoriale, ex coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, docente in Cattolica, e autrice del libro “L’antisemitismo e le sue metamorfosi. Distorsione della Shoah, odio online e complottismi“ (edito da Giuntina). Il libro sarà presentato il 19 dicembre alla Fondazione Museo della Shoah di Roma alla presenza, fra gli altri, di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione Comunità ebraiche italiane, e Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale.

Santerini, cosa intende per metamorfosi dell’antisemitismo?

"Mi riferisco alle forme diverse che assume l’antisemitismo a seconda delle epoche storiche. Ogni tempo ha il suo antisemitismo. Segnato dall’antigiudaismo cristiano in passato, cospiratorio nei momenti di crisi, efferato nella sua forma pseudo-scientifica nel periodo del nazionalsocialismo e del fascismo. Oggi, un antisemitismo mimetico, nascosto nelle pieghe della società (come ha detto Papa Francesco) è rimerso in modo particolare con il 7 ottobre, con la strage di Hamas. Non ci si pensa antisemiti o non si prova un odio diretto verso gli ebrei ma si tirano fuori vecchie forme di ostilità. Un risentimento riconoscibile nelle scritte sui muri, negli insulti e nella vandalizzazione dei simboli della deportazione. Nulla mostra meglio l’irrazionalità di questo risentimento rabbioso degli attacchi via social a Liliana Segre, nel momento in cui ha presentato al Senato la proposta di una Commissione contro l’odio e l’intolleranza".

Che cosa quindi non ha funzionato? Dove abbiamo sbagliato?

"Non parlerei di sbagli. Dobbiamo prendere coscienza di una situazione nuova senza rassegnarci all’antisemitismo che è sempre esistito. Gli strumenti li abbiamo. Quando ero coordinatrice per la lotta all’antisemitismo con il gruppo di lavoro abbiamo elaborato delle linee guida, una strategia per tutte le istituzioni che devono essere richiamate ad azioni incisive. Dal Parlamento al Ministero della Cultura, al mondo dello sport (agire concretamente contro l’antisemitismo negli stadi dove le tifoserie ultrà agiscono indisturbate e impunite, ad esempio), a quello della scuola e dell’Università. Ognuno di questi mondi deve assumersi le responsabilità. Se di limite dobbiamo parlare allora direi che i problemi non sono stati affrontati in modo organico. È incredibile come ad esempio siamo stati tolleranti verso alcuni rigurgiti del fascismo, nelle sue forme più folcloristiche, come il saluto romano o i gadget con Mussolini e Hitler, contribuendo alla normalizzazione di una mentalità. Occorre quindi fare un vasto intervento a livello culturale, lavorando sulla formazione degli insegnanti, dei magistrati, degli operatori culturali o dello sport su diffusione di stereotipi, pregiudizi, derisione".

Per questi motivi nasce anche la Rete italiana dei Luoghi della Memoria? Dalla Risiera di San Sabba al Binario 21 di Milano, passando per Ferrara, Fossoli, Roma e arrivando fino in Calabria con il Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti.

"E altri ne entreranno a far parte... è solo l’inizio. Un progetto che porta a qualificare ancora di più le modalità di trasmissione della memoria alle nuove generazione. Sta finendo l’era dei testimoni, quindi dobbiamo far parlare i luoghi: luoghi fisici della deportazione o musei che raccolgono la storia dell’ebraismo italiano. Sono luoghi che parlano di una Shoah italiana. Perché oltre ai luoghi della memoria come i campi di concentramento e di sterminio all’estero, ci sono anche i “nostri“, musei e memoriali. Un modo per far capire esplicitamente che la Shoah ha una dimensione nazionale, non solo perché ci sono state vittime italiane ma che anche noi, come Paese, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. L’invito ai giovani è quindi a venire in questi luoghi, ovviamente a partire da Milano, Binario 21, per scoprire tante cose. Fra i progetti abbiamo in corso la realizzazione di un Atlante della Memoria, una sorta di app che mostra la rete italiana della deportazione in collegamento con quella del resto dell’Europa. Su Milano, al Memoriale, lavoriamo nella direzione voluta dalla Segre, contro quell’indifferenza che fa voltare dall’altra parte, che non aiuta a scegliere da che parte stare. E stiamo spingendo molto sull’attualità, con mostre e presentazioni di libri che aiutino a decifrare la complessità del presente che viviamo".

Tornando al suo libro, nel sottotitolo parla di “distorsione della Shoah“. Che cosa intende?

"La distorsione dell’Olocausto consiste non nella negazione dei fatti storici, ma nella banalizzazione e minimizzazione di ciò che è avvenuto. Si assiste così a uno svuotamento tragico del “mai più” che le società democratiche hanno dichiarato dopo Auschwitz".

Il 27 gennaio prossimo, Giornata della memoria, a 23 anni dalla sua istituzione, rischia di essere un rito inutile?

"No se invece di tante cerimonie si punta alla conoscenza dei meccanismi che hanno portato alla Shoah, quindi a riconoscerne da subito, nel quotidiano, forme di discriminazione e razzismo".

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