Donne, 35 anni e diplomate: ecco chi sono i “Gig workers” o “lavoratori spot” in Lombardia

L’analisi dell’Università Iulm sugli impieghi a chiamata o con contratti occasionali, in aumento i laureati

Donne lavoratrici

Donne lavoratrici

Metà di loro sono donne, la maggior parte ha più di 35 anni, il 47% ha un diploma di scuola superiore, ma sono in aumento anche i laureati: è l’identikit dei Gig workers in Lombardia, lavoratori spesso a chiamata che costellano "l’economia dei lavoretti", dalla vendita di prodotti sulle piattaforme tecnologiche a chi affitta casa durante la Fashion Week, passando da traduttori e produttori di contenuti digitali. Un universo che finora sfuggiva alle statistiche. Ad analizzarlo è l’università Iulm con Emma Zavarrone, professoressa di Statistica sociale con delega alla Terza missione, e la giovane ricercatrice Alessia Forciniti.

"Il termine Gig worker è stato coniato agli inizi degli anni Venti in America in quei caffè e cabaret fumosi che ospitavano ogni sera una performance diversa: venivano invitati cantautori, musicisti e artisti per una sera, senza continuità – spiega Zavarrone –. Oggi sono i lavoratori ’spot’, a chiamata, freelance o con contratti occasionali, ma di loro avevamo informazioni statistiche frammentate". La Iulm ha creato un osservatorio nazionale ad hoc con lo scopo di misurare e fornire l’identikit dei Gig workers e ha cercato di scattarne una fotografia.

Due anni fa ha dato il via a una prima rilevazione, nel dicembre del 2023 a una seconda indagine campionaria su 801 lavoratori, il 17% residente in Lombardia. "E tra le due rilevazioni spicca già una profonda trasformazione: sarà uno dei lavori del futuro", ne è convinta Zavarrone. Che registra con il suo team anche l’evoluzione dei contratti per tracciare gli scenari futuri. "L’osservatorio è anche un momento di crescita dei nostri giovani ricercatori – sottolinea – che si vogliono cimentare a loro volta nei lavori “short“ dell’informazione quantitativa. Stiliamo report e infografiche semestrali, facciamo formazione".

Focalizzando l’attenzione sulla Lombardia si scoprono piccole differenze "che possono far pensare che la regione sarà anticipatrice di diverse tendenze", continua la professoressa di Statistica sociale. A differenza dell’Italia, il 50% dei lavoratori sono di genere femminile e il 57% ha un’età maggiore o uguale e 35 anni. Perché si rivolgono a questa tipologia di lavoro? "In primis per la necessità di integrare il reddito: il 65% del campione è formato infatti da lavoratori dipendenti e il 53% ha un reddito tra i 15mila e i 20mila euro", spiega Zavarrone, alla guida di HumanLab. Nella cara Milano ci si attrezza. In un caso su due l’economia dei lavoretti viene usata come reddito secondario, integra un altro salario.

I Gig workers dedicano mediamente in Lombardia a questi lavoretti 25 ore alla settimana, apprezzano la flessibilità per una gestione diversa del tempo ma anche una flessibilità geografica. Soffermandosi sulla tipologia di impiego, spicca la vendita su piattaforme e l’affitto a breve termine. Seguono l’ospitalità, il lavoro creativo, i servizi digitali, alla casa e alla persona. Si conferma un divario di genere: il settore della cura e, più in generale, il lavoro tra le mura di casa ha al momento una prevalenza femminile; la logistica e le attività che proiettano all’esterno attirano più uomini. "Non ci si è focalizzati solo sui rider perché sono nati nel tempo osservatori ad hoc, è il fenomeno più conosciuto – spiegano dalla Iulm –. Il resto sfugge".

Sotto la lente il rapporto con l’intelligenza artificiale e i possibili sviluppi futuri: "L’introduzione di algoritmi di intelligenza artificiale non spaventa i più giovani del campione, che lavorano da meno tempo nella Gig economy e con un livello di istruzione maggiore, mentre preoccupa i più adulti, nella Gig economy da più tempo e meno istruiti, che non hanno ben chiari rischi e vantaggi. Ed è nostra responsabilità fare formazione".

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