Pierdante Piccioni
Pierdante Piccioni

Lodi, 8 novembre 2018 - Pierdante Piccioni, 59 anni, fino al 31 maggio 2013 era primario del Pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore di Lodi. Ma quel giorno ha un incidente stradale. Quando si risveglia dal coma è convinto che sia il 25 ottobre 2001 e di aver appena accompagnato a scuola suo figlio di 8 anni (in realtà già all’università). La lunga riabilitazione, l’ostinazione di voler tornare a fare il medico, lo studio, la (seconda) laurea e la rivincita di tornare al suo posto. Una storia di rinascita diventata un libro - “Meno dodici” - scritto con Pierangelo Sapegno, cui fa seguito “Pronto soccorso - storie di un medico empatico”. Ora una terza prova letteraria in cui spiega cosa significa avere a che fare con torti che lui non ha commesso, a partire dal senso di colpa per non aver riconosciuto i propri figli adulti, accorsi in ospedale: li ricordava bambini.

L’incidente stradale le ha tolto 12 anni di ricordi, vorrebbe riaverli indietro?
«Non credo che torneranno, in cinque anni non è mai successo, ma ci spero. Il sogno di un amputato è di riavere l’arto: mi piacerebbe scoprire cosa ho provato al funerale di mia mamma. Al mio risveglio la credevo ancora viva»
Questa esperienza l’ha trasformata. È diventato ‘dottor empatia’. Com’è successo?
«Sono stato un paziente per due anni. Innanzitutto per i primi sei mesi, quando dicevo di non ricordare nulla, molti non mi credevano, non mi capivano, fino a quando un esame ha evidenziato delle atrofie corticali. Poi, una volta dimesso, l’azienda mi ha proposto di fare il bidello. Ma io, figlio di contadini, ricordavo bene la fatica fatta per diventare medico e poi primario del pronto soccorso di Lodi. Così ho combattuto, ho ristudiato per recuperare quei 12 anni di vuoto professionale e ho avuto la mia rivincita, un godimento, ‘tié’ come direbbe Totò: sono diventato primario al pronto soccorso di Codogno. Ma ormai ero ‘diversamente medico’, avevo preso un master in ‘pazientologia’, ero un infiltrato dei pazienti nel mondo dei dottori».
Quindi cos’è cambiato?
«Nel 2016 ho proposto all’azienda di occuparmi dei malati cronici, di integrazione tra l’ospedale e le strutture presenti sul territorio. Non sono un esperto di matrimoni celibe, so esattamente come ci si sente; non si va a parlare di guerra ad un reduce, bisogna ascoltarlo».
E sul piano personale come e quanto è cambiata la sua vita?
«La scrittura mi ha aiutato a vincere i miei demoni, soprattutto con ‘Meno dodici’, il primo libro, che racconta dei 2 anni da paziente, di come sia arrivato ad assumere antidepressivi. Inoltre ho scoperto l’autoironia. Al risveglio ho ritrovato l’euro al posto della lira, lo smartphone al posto degli sms. Mia moglie invecchiata. Per fortuna mi sono nuovamente innamorato di lei. Posso dire, da uomo nuovo come mi sento di essere, di aver tradito mia moglie con mia moglie. Ma quando litighiamo perdo in partenza perché non posso rinfacciarle quella volta che...».