L'ospedale di Codogno durante l'emergenza Covid
L'ospedale di Codogno durante l'emergenza Covid

Lodi, 31 dicembre 2020 - "Coronavirus a Codogno. Caso molto sospetto. Stanotte Carlo è riuscito a farlo mettere (l'abbiamo noi, il Cittadino e il Corriere). Oggi conf stampa di Gallera". Un messaggio WhatsApp del capo, alle 8 del mattino. Asciutto, inconsapevole. Così inizia la giornata lavorativa più lunga, in quel 21 febbraio 2020 che ha cambiato la vita di tutti in Italia e nel mondo. Ripensandoci adesso, con quest'anno funesto che sta per finire, mi sembra passato un secolo. Il racconto di quelle ore convulse noi giornalisti l'abbiamo restituito subito sul web e il giorno dopo sulla carta, con le foto dell'ospedale di Codogno, con la ricostruzione dei contatti del paziente 1, con la conta dei primi infettati. Ma il racconto... di chi ha raccontato, quello forse non l'abbiamo mai fatto. E allora, alla vigilia della fine dell'anno, anche per "esorcizzare" la paura e quel senso di fatica che lascia in eredità il 2020, è il momento di farlo. 

Lo "strappo" del nostro giornale il 21 febbraioIl messaggio del capo, dicevo. Un modo per lasciarmi le consegne, come facciamo sempre, e anche per avvisarmi: guarda che oggi è un po' una grana. Altro che grana... Arrivo in redazione e scopro che la gestione delle pagine di Lodi, proprio l'epicentro, spetta a me: il collega lodigiano per precauzione deve rimanere a casa e il telelavoro a mala pena sappiamo cosa sia. S'inizia a contattare il fotografo e il corrispondente da Codogno, sono in pista dal mattino in ospedale, tra foto e racconti. "Ma tu come stai? Ma almeno hai la mascherina?". In redazione nessuno usa dispositivi di protezione e a lungo nessuno li userà, ma lì nella Bassa le farmacie li hanno già esauriti. Intanto le agenzie si rincorrono. Noi cerchiamo di capire chi è il paziente 1, dove lavora, chi ha incontrato, chi l'ha contagiato. C'è l'illusione di poter circoscrivere la notizia alle vicende di uno sfortunato 38enne della Bassa lodigiana, alla peggio della moglie incinta, anche lei contagiata. Si scandagliano le loro attività: le cene di lavoro con colleghi che vengono dalla Cina, le partite a calcio, la corsa, il corso pre parto. Ma l'illusione dura poco: mano a mano che passano le ore si aggiungono nuovi infettati, un paio sono anche a Vo' Euganeo. Il primo decesso, un anziano del Veneto, ci spiazza: allora si muore davvero, anche qui, non solo in Cina. E anche i giovani possono vedersela brutta, come il paziente 1. 

Per chi non sa come funziona un giornale cartaceo: a metà mattina si iniziano a raccogliere le notizie e si impostano le pagine, si decide cosa merita di stare in apertura, con quante foto, quante righe, cosa invece si può anche dare con meno risalto. Durante la giornata le cose cambiano anche molto. Quel 21 febbraio le pagine sono pensate, impostate, buttate, ripensate, re-impostate e ributtate mille volte. Anche noi, come tutti, siamo colti impreparati: come si fa a cristallizzare in un tot di pagine una situazione così eccezionale, che cambia un minuto dopo l'altro? Che merita una cronaca continua? 

Con i colleghi ci guardiamo sempre più spaesati, siamo impauriti per una malattia sconosciuta che è lì, alle porte della nostra redazione, ma siamo anche preoccupati di capire come raccontarla al meglio. Le domande e i dubbi sono tanti: rischiamo di essere allarmisti e creare panico nella popolazione? Dobbiamo davvero fare la conta degli infetti paese per paese o ci arrendiamo al fatto che la situazione è sfuggita di mano? Le risposte arrivano da sole, con le agenzie e le telefonate dei colleghi da fuori che aggiornano il quadro e sempre in peggio. Facciamo diverse riunioni, siamo senza parole se non quelle che servono a capire come far uscire il giornale più difficile per molti di noi.

Chi ha più esperienza di me sicuramente ha vissuto giornate altrettanto drammatiche, per me è la prima volta, mi sento al centro della Storia e non so se è una cosa che mi piace. Comunque l'adrenalina fa il suo dovere e riusciamo tutti a tenere i nervi saldi e a coordinare al meglio il lavoro dei colleghi, verso sera arrivano i pezzi e li impaginiamo, li titoliamo, mettiamo le foto e le didascalie. Per la prima volta dal Lodigiano arrivano immagini che ora sono familiari: soccorritori come palombari, bardati di tutto punto. Alieni in quel momento. 

Io sono attesa a una cena di famiglia, che per fortuna conosce il mio lavoro e capisce. Esco alle 23, dopo dodici ore esatte in redazione. Mi sento reduce da un giro in frullatore, non immagino nemmeno quello che mi aspetterà nei mesi a venire. Ma quella è un'altra storia.