Codogno: arsenico sversato nel terreno, impossibile capire chi è stato. Paga il Comune

L’ente pubblico obbligato a sborsare per il piano che conduca alla bonifica. La scoperta dell’inquinamento nel 2018

Il sindaco di Codogno Francesco Passerini

Il sindaco di Codogno Francesco Passerini

Codogno, 25 febbraio 2024 – È impossibile individuare la causa e il responsabile dell’inquinamento da arsenico nel terreno di via Polenghi e dunque tocca al Comune pagare la stesura del piano di caratterizzazione. O almeno l’ente pubblico è “costretto“ ad anticipare la somma da sborsare, affidando il compito ad un professionista, perché si possa mettere nero su bianco tutta una serie di attività per ricostruire i fenomeni di contaminazione ai fini di una successiva messa in sicurezza del sito.

La cifra non è esorbitante, circa 4mila euro, e potrà poi essere richiesta come rimborso all’attuale proprietà, ma resta la “beffa“. La vicenda del terreno da 950 metri quadrati affonda le radici nel tempo, Di proprietà comunale, era stato alienato nel 2015 ma ben presto divenuto oggetto di un contenzioso in Tribunale poiché le società, Techno 2000 e Costruzioni Betti, poco dopo l’acquisto, scoprirono che appunto il fondo era contaminato da materiale di scarto.

I privati, a quel punto, chiesero conto al vecchio proprietario e cioè al Comune sul motivo per cui l’area era stata venduta inquinata. Da qui la questione divenne, appunto, materia di tribunale: le imprese chiesero di ottenere l’accertamento tecnico preventivo mentre la Giunta di centrodestra, insediatasi nel giugno 2016, portò la documentazione in tribunale in autotutela. Nel 2018, le analisi del terreno permisero di portare alla luce il fatto che, in una profondità tra 1,5 metri e 3 metri, si era superata la soglia del parametro arsenico, per siti ad uso verde-residenziali: tutto questo in tre punti su cinque campioni prelevati.

Nel 2022, la Provincia di Lodi accertò che sì l’area era "potenzialmente contaminata" ma che era impossibile capire il responsabile. "Non è da escludere l’eventualità che le concentrazioni rilevate siano riconducibili ad utilizzi di fertilizzanti o agrofarmaci avvenuti nel passato quando l’area era ancora destinata all’uso agricolo" disse allora l’ente provinciale. E la “colpa“ non era nemmeno del materiale di scarto confluito in un secondo momento poiché fu escluso un passaggio nel sottosuolo di eventuali inquinanti. Dunque, nessun colpevole, nessuna possibilità di mettere nero su bianco la diffida a chicchessia per obbligarlo a bonificare. Ma, siccome occorre comunque dar seguito alle procedure inserite nel decreto legislativo del 2006 in materia ambientale definite "urgenti ed improrogabili", ecco che "in assenza di provvedimenti da parte del proprietario del sito, le procedure e gli interventi in questione sono realizzati d’ufficio dal Comune".