Alcuni operatori della rsa Sant'Erasmo di Legnano
Alcuni operatori della rsa Sant'Erasmo di Legnano

Villa Cortese (Milano), 26 marzo 2020 -  Era un lavoro come un altro. Certo, con aspetti non sempre semplici perché prendersi cura di persone anziane affette da una malattia degenerativa complicata come l’Alzheimer richiede forza, umanità e una grande propensione all’altruismo. Tutte doti che da otto anni Cinzia ha messo in pratica insieme a dedizione e passione svolgendo al meglio la suo attività di operatore sociosanitario alla casa di risposo Sant’Erasmo di Legnano. Un lavoro che ora il covid-19 ha reso ogni giorno sempre più difficile, spesso straziante e a volte addirittura insopportabile. Cinzia, come tutte le sue colleghe, ha imparato a fare i conti con il dramma di una malattia che non lascia davvero scampo soprattutto agli anziani.

«Prima che arrivasse il coronavirus, affrontavo con gioia ed entusiasmo la giornata in Istituto. Ai miei pazienti portavo un sorriso, offrivo compagnia anche ascoltando le loro storie, piene di aneddoti, fantasiose, ognuno mi ha saputo dare qualcosa. Io davo a loro e loro davano a me - racconta -. Ora è tutto drammaticamente cambiato. Mi alzo la mattina con la paura di cosa mi aspetterà entrando in reparto. Ogni giorno, ogni ora, qualcuno se ne va, soffrendo, da solo, lontano dall’affetto dei propri cari. Ed è straziante».

«La diffusione è stata velocissima e spietata - prosegue -. Individuare e isolare i contagiati è pressoché impossibile e la situazione peggiora di ora in ora. I nostri anziani se ne vanno senza neanche poter stringere la mano ai familiari. Prima del coronavirus, quando si avvicinava la fine, chiamavamo i parenti che accorrevano per un ultimo saluto. Ora non è possibile neanche far venire il parroco per l’estrema unzione». Cinzia non trattiene le lacrime quando racconta di una figlia che si è raccomandata a lei per vestire al meglio la sua mamma per l’ultimo viaggio.
Il rischio del contagio è molto alto.

Cinzia, non ha paura di ammalarsi? «Sì, inutile negarlo. Ma non ho mai pensato di abbandonare. Il mio posto è in istituto e il mio impegno è verso quegli anziani che dipendono in tutto per tutto da noi. Abbiamo tutti i dispositivi necessari, mascherini, guanti, camici e utilizziamo tutte le precauzioni necessarie. Io vivo con mia figlia e in casa stiamo in ambienti separati. In attesa di tornare alla nostra vita di prima». In una situazione tanto drammatica, dove si trova la forza per andare avanti? «Nel lavoro di squadra, in quelle colleghe che sono rimaste sul campo che ogni giorno ti supportano nelle difficolta. Nella dedizione per il lavoro, nell’affetto per i nostri anziani che rappresentano il tesoro del Paese e che ne sono la vera memoria».