ARNALDO LIGUORI
Editoriale e Commento

Votare o restare a casa?

A proposito di elezioni, padri costituenti e segni di matita

L'affluenza alle ultime elezioni europee si è fermata poco sopra il 54 per cento

L'affluenza alle ultime elezioni europee si è fermata poco sopra il 54 per cento

Tra tutte le parole scritte da quegli uomini e quelle donne che diedero all’Italia una Costituzione democratica non si trovano molti appelli al voto. All’epoca, dopo vent’anni di dittatura e una guerra mondiale, non c’era bisogno di spiegare alla gente il valore di poter scegliere i propri governanti, o di farli cadere con un segno di matita: era scontato. E se non bastava, c’erano sessanta milioni di morti a fare da promemoria.

Sabato e domenica, in Lombardia, si voterà per stabilire chi dovrà occuparsi delle buche sulle strade e, contestualmente, per decidere chi guiderà il nuovo assetto geopolitico d’Europa (quando si dice dal particolare all’universale). Tutti gli elettori voteranno per le elezioni europee, molti anche per le comunali.

Cosa fa un Comune? Tra le altre cose ripara le strade, presidia le scuole, assicura la sicurezza, gestisce parchi, case popolari e spazi pubblici: insomma, cose che rendono la vita quotidiana buona o cattiva.

Cosa fa l’Unione europea? Tra le altre cose garantisce la pace nel continente, regola il costo del denaro e dei prestiti, gestisce il commercio, tutela l’agricoltura: di nuovo, cose che rendono la vita buona o cattiva.

E nonostante queste premesse ci si aspetta, seguendo una tendenza che va avanti da decenni, una partecipazione alle urne inferiore al passato. Tanto vale ricordare, allora, che se in questi anni votare alle elezioni non avrà forse risolto molto, è invece certo che restare a casa non abbia cambiato niente. Perché alla fine dei conti, non sono i partiti ad essere screditati dall’astensionismo – anzi, qualcuno ci conta – ma la democrazia.