Ettore Prandini, presidente regionale di Coldiretti
Ettore Prandini, presidente regionale di Coldiretti

Milano, 6 aprile 2019 - Un boom di produzione che potrebbe portare anche a un innalzamento della qualità, in una regione dove non sempre le due cose sono andate di pari passo. Nel 2018 la Lombardia ha visto aumentare del 56% la produzione di uva e del 55% quella del vino, rispetto all'anno precedente; un exploit salutato ovviamente con favore da appassionati e addetti ai lavori, ma non bastano i meri e freddi numeri a fare di una regione una grande terra vitivinicola. Bisogna anche guardare a quel che si produce e sotto l'aspetto qualitativo la Lombardia - che vanta pur sempre 5 Docg e 21 Doc, oltre a 15 Igt - sta portando avanti da ormai parecchi anni uno sforzo notevole per lasciarsi alle spalle certe etichette ormai superate.

Al Vinitaly 2019 ,dove si presenta forte di un padiglione con oltre 200 espositori per 2.000 etichette, la Lombardia proverà a convincere l'Italia e il mondo priorio di ciò: qui si produce non solo tanto vino ma tanto vino buono. "Se fino ai primi anni Ottanta si produceva meramente quantità e pochissima qualità - puntualizza Ettore Prandini, presidente della Coldiretti regionale e titolare di un'azienda vinicola nel Basso Garda - l'intelligenza dei produttori ha fatto sì che si intraprendesse un percorso legato alla qualità. Il vino non veniva più commercializzato e venduto in vasca ma veniva messo in bottiglia, guardando con attenzione anche ai mercati esteri. Si è capito il meccanismo che la valorizzazione del territorio può portare un riconoscimento economico".

FRANCIACORTA - La prima a capirlo è stata la Franciacorta, una zona dove il vino praticamente non esisteva e che adesso è la capitale italiana dello spumante. Questo distretto nell'ovest bresciano è probabilmente l'unico in Lombardia dove i turisti vengono prima per il vino e poi per tutto il resto, dal cibo al lago d'Iseo. Gli altri territori faticano a imporsi come mete enoturistiche, sebbene le potenzialità non manchino.

VALTELLINA - In Valtellina, ad esempio, si producono dei rossi qualitativamente molto alti, a base di Nebbiolo che qui viene chiamato Chiavennasca. Punta di diamante di questa produzione di nicchia è lo Sfursat, vino ottenuto con un lungo appassimento delle uve la cui vinificazione inizia solamente nel gennaio dell'anno successivo alla vendemmia. Le uve, che perdono circa il 40% del loro peso, danno vita a un vino denso e molto alcolico che nelle sue espressioni migliori ha poco da invidiare persino a totem come Barolo e Amarone. Il limite della Valtellina è una produzione numericamente modesta, limitata dall'asprezza di un territorio tutto strappato al bosco con terrazzamenti dove la meccanizzazione è quasi impossibile: in vigna si lavora ancora quasi esclusivamente a mano. "Bisognerebbe prendere a modello il Trentino - suggerisce Prandini - forte sinergia a livello territoriale fra produttori e soggetti turistici, dai ristoranti agli alberghi, per promuovere una valorizzazione economica da redistribuire tra più soggetti".

OLTREPO' PAVESE - Le potenzialità maggiori risiedono tuttavia nell'Oltrepò Pavese, da sempre il distretto vinicolo numericamente più significativo della Lombardia. E anche quello che più deve scontare pregiudizi e vecchie etichette, dovute a scelte commerciali oggi francamente improponibili, come le bonarde frizzanti e in generale i vini da pasto che rifornivano i fiaschi nelle tavole di Milano e hinterland. "Dopo aver vissuto momenti abbastanza critici - spiega sempre il numero uno della Coldiretti regionale - la zona dell'Oltrepò ha tratto spunti per rinnovare e cambiare, comprendendo e assecondando i cambiamenti del mercato, guardando anche a quello estero che aveva invece storicamente trascurato". Perno di questa "rivoluzione della qualità" è il pinot nero, sia spumantizzato con dei metodo classico di sempre maggior valore sia vinificato in rosso con un'identità sempre più credibile e riconoscibile.

LE ALTRE ZONE - Accanto alle tre aree lombarde più tradizionali e conosciute, si sta recentemente ritagliando uno spazio il Lugana, distretto nella zona meridionale del lago di Garda a cavallo fra le province di Brescia e Verona. La denominazione prende il nome della località omonima nel Comune di Sirmione mentre il vitigno altri non è che il Trebbiano di Soave. Si tratta dunque di un 'bianco atipico', con capacità di trascinamento negli anni e in grado di accompagnare anche carni e formaggi. Caratteristica da non sottovalutare, è particolarmente apprezzato sul mercato estero, al punto che per diverse aziende produttrici l'export rappresenta oltre il 50% delle vendite. Sempre in zona Garda, non va poi dimenticata la Valténesi, lembo di terra che si è specializzata nel Chiaretto (guai a chiamarlo rosato!). Negli ultimi tempi stanno poi rialzando la testa i vini dei colli mantovani e quelli della bergamasca Valcalepio. Infine, qualcosa di interessante si sta muovendo in provincia di Varese, dove l'ottenimento della Igt Ronchi Varesini sta cominciando a dare i suoi frutti.