MAURO CERRI
Economia

Quiet quitting, che cos'è e come sta cambiando il mondo del lavoro

Un fenomeno nato da un hashtag che preooccupa aziende e direttori del personale

Ufficio

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Il rientro a lavoro nel mese di settembre è un momento complicato da sempre per il nostro umore e per il nostro bioritmo: ansia, stanchezza inattesa e nervosismo possono accompagnare il ritorno in ufficio, a vacanze estive terminate. Ma in questo settembre 2022 le incognite sono maggiori, perché legate all'abbandono dello smart working e in generale al lascito del biennio appena trascorso, quella della pandemia, in cui migliaia di persone a livello mondiale hanno rinunciato al lavoro e alla carriera, anteponendo la qualità della propria vita al guadagno materiale e scegliendo modelli di esistenza meno ricchi, stressanti e "consumistici".  Un fenomeno ribattezzato dagli anglosassoni "the great resignation" cui ora se ne affianca uno dalle radici simili ma delle conseguenze sociali meno visibili: il quiet quitting. 

Che cos'è

Tradotto letteralmente significa "abbandono silenzioso" e nella pratica si traduce nella scelta dei dipendenti di eseguire il minimo indispensabile nel rigoroso rispetto delle proprie mansioni e del proprio orario di lavoro: rifiuto di straordinari, dunque, e di partecipare a nuovi progetti aziendali. No alla reperibilità. E in termini più ampi la sempre minore disponibilità ad aderire alla vita e ai valori aziendali. In altre parole, l'antidoto allo stress da lavoro è fare lo stretto necessario e non dare troppa importanza ai problemi che sorgono in ufficio. 

Effetto social

La scorsa estate l'hashtag #quietquitting lanciato su Tik Tok da Zaid Khan, ingegnere ventenne di New York, ha raggiunto in pochi giorni 9 milioni di visualizzazioni. Sui social media il dibattito e l'interesse crescono. Gli utenti ne condividono modalità di applicazione e motivazioni, spaventati dal rischio burnout - esaurimento nervoso - che negli Stati Uniti sta interessando non solo i manager ma anche gli impiegati. Il mantra è "lasciare andare", "disinnescare". "ritirarsi". Cambiano i tempi e i paradigmi: il lockdown ha reso granitica la convinzione che si può essere egualmente produttivi ed efficienti da casa, con il lavoro da remoto, e che i percorsi di vita non possano più coincidere con la carriera.  La crisi economica, con milioni di posti di lavoro bruciati o precarizzati, ha certamente un ruolo importante in tali considerazioni.

Orizzonti nuovi

Al di là dei trend sui social, sondaggi e ricerche condotte nei luoghi di lavoro cristallizzano la convinzione dei colletti bianchi che non si possa tornare indietro dall'esperienza dello smartworking, come dimostra la recente protesta dei giornalisti del New York Times che si rifiutano di tornare a lavorare in redazione. Cronisti o meno, il fenomeno del quiet quitting dimostrerebbe che chi è costretto a tornare alla propria scrivana non è più disposto a farlo alle condizioni pre-pandemia. E non è una questione di età. Anzi, sarebbero i più giovani a coltivare "il lento abbandono", senza nutrire ambizioni carrieristiche rese improbabli dalla contingenza economica. Non sarebbe tuttavia una rinuncia, bensì una scelta: il lavoro non ha più l'appeal degli anni '80 e '90.