Al Teatro Manzoni Ghini e Ruffini sono “Quasi amici”

La coppia da botteghino diretta da Alberto Ferrari firma l’adattamento drammaturgico al film di Olivier Nakache e Éric Toledan del 2011

Massimo Ghini e Paolo Ruffini, i protagonisti
Massimo Ghini e Paolo Ruffini, i protagonisti

Milano, 16 gennaio 2024 – Una sceneggiatura a prova di bomba. Due interpreti carismatici. E poi quella comicità così francese, capace di arrivare a tutti, giocando con il politicamente scorretto ma solo per ribadire l’importanza di certi valori. A pensarci un attimo, era un successo annunciato "Quasi amici" di Olivier Nakache e Éric Toledano.

Anche se poi il film ha davvero raggiunto numeri impressionanti. Da allora (era il 2011) sono infatti piovuti remake e versioni teatrali. Come questa che da stasera arriva al Manzoni, con protagonisti Massimo Ghini e Paolo Ruffini. Coppia da botteghino. Qui diretta da Alberto Ferrari, che firma anche l’adattamento drammaturgico della sceneggiatura originale.

Per tornare a raccontare del ricco uomo d’affari tetraplegico e del suo nuovo badante Driss, ragazzo delle periferie. Che nonostante le differenze riuscirà ad insegnargli parecchie cose. Sulla vita e sull’amore. “Questi due uomini si incontrano per un caso – spiega Ferrari – e questo caso farà sì che diventino uno per l’altro indissolubili, l’uno indispensabile alla vita dell’altro e lenitivo per la ferità fatale che ognuno ha dentro di sé. Non lo sanno ma entrambi possiedono un dono che possono offrire a chi gli sta accanto: la leggerezza”.

Versione dunque per la scena. A ricalibrare il soggetto nel contesto italiano. Prendendosi il tempo per approfondire sentimenti ed emozioni. O almeno queste le intenzioni. Con i due protagonisti affiancati sul palco da Claudia Campolongo, Francesca Giovannetti, Leonardo Ghini, Giammarco Trulli, Giulia Sessich e Diego Sebastian Misasi. "È un film bellissimo che abbiamo amato tutti – sottolinea Paolo Ruffini –, cosa che rende grande la responsabilità nel momento in cui lo si ripropone con un altro linguaggio. Ma è una responsabilità che ci prendiamo volentieri, supportati anche dall’entusiasmo con cui il progetto è stato accolto finora, prima di arrivare a Milano. E dalla forza di una vicenda incentrata sull’amicizia e quindi sull’amore. Un’amicizia vissuta nella compassione, ovvero nel farsi partecipi del dolore dell’altro senza dare un giudizio".

Scrittura chirurgica. Ma che si concede in questo caso un tempo diverso. Aprendosi maggiormente all’introspezione. "Per la regia mi sono immaginato un grande spazio aperto – conclude Ferrari –, un piano inclinato che dirada verso il proscenio e che racchiude al suo interno tutti gli spazi della vicenda. Un non luogo esterno che nel finale si apre al realismo magico, accogliendo quella leggerezza che il protagonista è finalmente riuscito a raggiungere".