Ivan Cotroneo con ‘Amanti’: “Ci sono cose che le persone non sanno di desiderare...”

Da regista e drammaturgo torna al Manzoni con una storia d’amore clandestina. “Amo il teatro, ha una dimensione più intima, grande avventura che cambia ogni sera”

Ivan Cotroneo
Ivan Cotroneo

Milano – Tutti pazzi per gli «Amanti». Che non vuol essere un’azzardata riflessione sociologica. Ma solo la constatazione del successo (l’ennesimo) di Ivan Cotroneo, capace di sbancare i botteghini al suo debutto teatrale. Da regista e da drammaturgo. E così dopo gli ottimi risultati della scorsa stagione, da martedì a domenica torna al Manzoni questa storia d’amore clandestina con protagonisti Massimiliano Gallo e Fabrizia Sacchi. Una commedia. Fra passioni, ansie, paure. Cercando di non farsi divorare dalla logistica e dai sensi di colpa.

Cotroneo, come si trova a teatro?

"È un luogo che amo e forse per questo ho aspettato tanto ad affrontare, come per altro era già successo con il mio esordio da regista al cinema. Una sorta di pudore, di timore reverenziale rispetto a un’arte che ha sempre fatto parte della mia vita. Già da ragazzo davo ripetizioni di latino e di greco per comprarmi l’abbonamento al Diana o al Politeama".

Il primo spettacolo?

"Ricordo "La gatta cenerentola" di De Simone con i miei genitori. C’era poi un amico di famiglia che lavorava come claque al San Ferdinando e io lo pregavo ogni volta di portarmi con sé. Il mio gusto è cresciuto fra teatri e cineforum".

Come descriverebbe il lavoro per il teatro?

« C’è una specificità evidente, motivo per cui ho pensato a qualcosa di originale per la scena.

E per quanto sia un lavoro di squadra, il teatro possiede una dimensione più intima, anche nel rapporto con gli attori. Oltre ovviamente alla grande avventura di vivere qualcosa che non si cristallizza mai, cambiando ogni sera".

Dove si sente più a suo agio?

"I miei lavori sono accomunati dal desiderio di raccontare storie. Cambiano i contesti: cinema, tv, radio, web, teatro, letteratura. Ho pensato a lungo che il mio fosse un percorso di ricerca che poi avrebbe portato a una definizione più specifica. Mi accorgo però che non è così e continuo ad avere bisogno di questa diversità di orizzonti, di questi momenti di solitudine o di intimità a fianco delle grandi produzioni, dei vuoti e dei pieni. Di base rimane il privilegio di poter ogni volta lavorare sulla mia passione".

Una passione con cui ha cambiato il linguaggio televisivo. "Io e Monica Ravetta (co-sceneggiatrice) abbiamo sempre voluto concentrarci sul contemporaneo, all’interno di una forma più veloce, che guardasse al cinema, dando voce a temi e profili ancora privi di narrazione. Quindici anni fa il successo di "Tutti pazzi per amore" ha segnato uno scarto, permettendoci di proseguire poi con molta libertà sulla nostra linea".

Cosa intende?

"La mia paura come autore è quella di ritrovarmi a dialogare con me stesso. Oppure di parlare solo a persone con cui già condivido una visione. Preferisco andare oltre, creando un reale confronto, anche nel disaccordo".

A quale progetto è più legato? "Alle prime volte. "Tutti pazzi per amore" in tv", "La kryptonite nella borsa" al cinema, ora "Amanti" a teatro. Ma considero importante anche "Un bacio", un’indagine sui ragazzi ancora molto seguita nelle scuole".

Cosa consiglierebbe a chi si avvicina alla scrittura?

"Di essere testardi. Faccio spesso l’esempio di Jack Kerouac, che vide "On the road" rifiutato innumerevoli volte ma rimase caparbiamente convinto del suo valore. E poi di fidarsi della propria visione del mondo, senza cercare legittimazione in progetti più sicuri, già visti. Perché è quello che permette di proporre qualcosa di nuovo, qualcosa che le persone non sanno ancora di desiderare".