Milano, mascherine contro il Coronavirus
Milano, mascherine contro il Coronavirus

Milano, 12 ottobre 2021 - Secondo l’ultimo report pubblicato dall’Istituto superiore di Sanità, tutti i dati sui contagi da coronavirus in Italia sono in calo da settimane. Scende l’incidenza su 100mila abitanti, scende l’Rt medio. Numeri che fanno ben sperare non solo i profani, ma anche - con tutte le cautele del caso - anche gli esperti. Siamo vicini alla fine della pandemia così come l’abbiamo conosciuta? Cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Ne abbiamo parlato con Antonio Clavenna, farmacologo, responsabile del Laboratorio di Farmacoepidemiologia Dipartimento di Salute Pubblica dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Possiamo dire che si vede finalmente la luce alla fine del tunnel? In fondo anche l’anno scorso all’inizio dell’autunno i contagi erano bassi.  

Al momento la situazione sembra sotto controllo ed è molto diversa da quella dello scorso anno, quando in questo periodo la curva dei nuovi contagi era già in salita. Quest’anno, da fine agosto la curva dei casi tende a diminuire di settimana in settimana. Se vogliamo fare un confronto, nel 2020 avevamo avuto un’estate con scarsa circolazione del virus e poi un aumento a partire dalla fine di settembre. Quest’anno abbiamo avuto un’estate in cui il virus ha continuato a circolare ma poi un settembre e ora un inizio ottobre con diminuzione dei casi. Il dato incoraggiante è che a un mese dall’inizio della scuola non abbiamo avuto un aumento dei contagi.

Per quanto riguarda ricoveri e decessi?

Grazie all’alta percentuale di vaccinati si osserva un ridotto numero di ricoveri e decessi, ma purtroppo non sono ancora azzerati, cosa che dovrebbe essere l’obiettivo. Specialmente per i decessi, l’obiettivo è che diventino un evento raro o almeno con numeri simili a quelli di altre infezioni respiratorie.

E in questo senso, vaccinarsi è fondamentale.

Sì, lo dicono anche gli ultimi dati Iss: chi è vaccinato ha un rischio di ricovero e morte più basso del 95, 96 per cento. Nella classe degli over 80, i non vaccinati hanno un tasso di decesso più alto di tredici volte rispetto ai vaccinati con ciclo completo, mentre il tasso di ricovero è più alto di otto volte.

Che autunno e inverno ci aspettano?

E’ difficile fare previsioni. E’ possibile che il virus continui a circolare ma in molti si aspettano che questo non si traduca in ricoveri in terapia intensiva e in morti, bensì in infezioni lievi. Se così sarà, sarà una buona notizia perché il servizio sanitario non sarà sotto stress e potrà continuare a farsi carico delle altre patologie. E non ci sarà più bisogno di misure restrittive estreme delle attività quotidiane. Certo, sarà ancora necessario mantenere alcune cautele: le mascherine, il distanziamento, l’igienizzazione delle mani. Con la prossima primavera credo che sarà possibile abbandonare anche queste misure, ma sarà importante studiare l'andamento dell'epidemia e l’esperienza degli altri Paesi che già l’hanno fatto. 

I vaccini sono l’unica chiave per uscirne? O serve altro?

I vaccini sono un intervento fondamentale ma probabilmente da soli non sono sufficienti perché non tutte le persone hanno risposte adeguate alla vaccinazione e anche perché, seppur raramente, anche i vaccinati possono sviluppare forme gravi. E’ importante dunque che ci siano terapie in grado di ridurre i danni delle forme gravi. Ci sono cure incoraggianti. Penso per esempio agli anticorpi monoclonali, che però riguardano pazienti selezionati, essendo terapie da effettuare in ambulatorio o in ospedale, e nei primi giorni dell’infezione, in chi ha fattori di rischio per malattia grave. Secondo uno studio coordinato dal professor Remuzzi e dal professor Suter i farmaci antinfiammatori non steroidei assunti precocemente potrebbero rallentare la progressione della malattia e diminuire i ricoveri. Sono, però, necessarie ulteriori conferme. Infine, ci sono i farmaci anti virali sotto esame della Food and Drug Administration e dell’Ema, come il Molnupiravir che, secondo quanto comunicato dall’azienda produttrice, se assunto nei primi giorni dopo l’infezione può dimezzare il rischio di aggravamento. Ma i dati non sono ancora stati pubblicati e bisogna capire chi sono i pazienti che potrebbero beneficiarne maggiormente

Idrossiclorochina, ivermectina, lattoferrina… chi rifiuta il vaccino spesso chiede di potersi curare con questi farmaci o integratori. Che ne pensa? 

Alcuni, come l’idrossiclorochina, sono stati studiati approfonditamente ma gli studi non hanno dimostrato efficacia nel prevenire la malattia o curarla. Per altri farmaci, come l’ivermectina, sono in corso studi, anche con il contributo di ricercatori del nostro istituto di ricerca. Tuttavia ancora non ci sono prove a supporto che funzionino, quindi possono essere assunti solo nell’ambito di uno studio, non liberamente. Spesso, nei casi di questi farmaci o integratori, quello che succede che è si confonde la guarigione in pochi giorni come effetto dell’assuzione di un certo farmaco o di un certo integratore. Ma la verità è che la maggioranza di chi si contagia guarisce in pochi giorni, lo hanno dimostrato studi che hanno messo a confronto pazienti trattati con farmaci e pazienti che assumevano placebo. 

Cosa pensa del Green pass? Chi lo critica sostiene che sia un obbligo vaccinale mascherato.

La mia opinione del tutto personale è che, in parte, chi solleva questa critica ha ragione: per chi lavora rischia di essere un obbligo chiamato con un altro nome. In linea generale non sono d’accordo con l’obbligo, che dovrebbe essere imposto come scelta estrema se non funziona altro. E vanno valutati i pro e i contro, anche in termini di polarizzazione della popolazione e rischio di sfiducia nelle istituzioni. Inoltre secondo me ciò che manca è una valutazione dell’impatto concreto di questo strumento sul progredire della campagna vaccinale. Tuttavia condivido l’idea che le persone vaccinate non debbano avere gli stessi vincoli di chi non si vaccina. Diciamo che il Green pass è uno strumento che cerca di contenere il rischio di contagio consentendo la ripresa di alcune attività.

Cosa si può dire a chi teme il vaccino e i suoi effetti nel tempo?

La paura è comprensibile. Ma quella sugli effetti a lungo termine non ha fondamento. E’ vero che i vaccini anti Covid sono nuovi, ma hanno un meccanismo di azione finale - stimolare la risposta immunitaria - che è uguale a tutti gli altri vaccini. Se pensiamo ai vaccini più noti, gli eventi avversi si verificano al massimo entro sei settimane, mai dopo. Quindi non c’è nessun pericolo da qui a dieci anni. E per chi teme la tecnologia dell’Rna messaggero, è nuova ma fino a un certo punto: è studiata da dieci anni per le terapie anti cancro. La parola “Rna” dà l’idea di modifiche genetiche ma non è così: si tratta di una molecola che una volta iniettata viene distrutta in due-tre giorni. 

Vedremo prima o poi la fine del Covid?

Arriveremo a trattare questa malattia come un’influenza e questo succederà quando l’infezione avrà per la stragrande maggioranza dei casi sintomi lievi.

 

Il bollettino di oggi: i dati di oggi, martedì 12 ottobre