di Paola Pioppi "L’omicidio di Franco Mancuso fu premeditato e organizzato all’interno di un contesto di ‘ndrangheta, in cui doveva essere affermato il dominio e il prestigio dell’associazione criminale presente sul territorio". Per questo i due imputati – Bartolomeo Iaconis, 61 anni e Luciano Rullo, 52 anni – devono essere condannati all’ergastolo. È la richiesta giunta ieri dal pm della Dda Cecilia Vassena, al termine del...

di Paola Pioppi

"L’omicidio di Franco Mancuso fu premeditato e organizzato all’interno di un contesto di ‘ndrangheta, in cui doveva essere affermato il dominio e il prestigio dell’associazione criminale presente sul territorio". Per questo i due imputati – Bartolomeo Iaconis, 61 anni e Luciano Rullo, 52 anni – devono essere condannati all’ergastolo. È la richiesta giunta ieri dal pm della Dda Cecilia Vassena, al termine del processo davanti alla Corte d’Assise di Como. Il delitto, secondo l’accusa, fu la risposta a due aggressioni della vittima a Iaconis: la prima al bar Bulldog di Cadorago, dal quale era stato allontanato, ritornato per prendere a sprangate l’auto di Iaconis. La seconda quando si erano incontrati dal carrozziere, e si era nuovamente mostrato aggressivo, mostrandogli un coltello davanti ad altre persone. "Una vera e propria “tagliata di faccia”, come si dice in gergo – ha detto il pm – non tollerabile, che si aggiungeva ad altri litigi che aveva Mancuso, e che disturbavano la quiete della zona". Perché Iaconis, ha aggiunto, "è il riferimento per le persone di quel territorio: tutti si rivolgono a lui per motivi diversi, indice del suo prestigio criminale. Per questo i testimoni sono venuti a mentire piuttosto che infangarlo". Il pm ha parlato di tre tipi di testimoni visti a processo: "Quelli sfacciatamente vicini agli imputati e appartenenti allo stesso contesto delinquenziale, quelli che preferiscono mettersi contro lo Stato e rischiare la falsa testimonianza, e quelli terrorizzati, che hanno negato l’evidenza".

Atteggiamenti che rivelano "l’importanza del contesto criminale in cui è avvenuto il delitto, in una zona cui è stata accertata la presenza di locali di ‘ndrangheta. Anche in quel bar non c’erano clienti qualunque, ma persone legate tra di loro, che si consultavano prima di venire a testimoniare". Anche contro Rullo, ritenuto esecutore del delitto, la “confessione” fatta a Nocera, sarebbe credibile e ulteriormente riscontrata. Per esempio la lamentela per averlo mandato a uccidere Mancuso con una moto difettosa: "Dopo l’omicidio Rullo ha fatto un carrierone, e ottenuto la dote di ‘ndrangheta della Santa".