Cantù, il Comune vieta la festa pubblica del Ramadan: la sindaca Alice Galbiati condannata a pagare le spese legali

Il Tar di Milano aveva dato ragione all’associazione Assalam. La prima cittadina aveva cercato di impedire ai musulmani di celebrare il mese del digiuno sacro in un capannone alla periferia del paese

I giudici del Tar di Milano hanno condannato la prima cittadina di Cantù Alice Galbiati a pagare le spese legali ai fedeli musulmani

I giudici del Tar di Milano hanno condannato la prima cittadina di Cantù Alice Galbiati a pagare le spese legali ai fedeli musulmani

Il no al Ramadan in pubblico costa caro alla sindaca di Cantù. I giudici del Tar di Milano hanno condannato la prima cittadina di Cantù Alice Galbiati a pagare le spese legali ai fedeli musulmani dell’associazione Assalam per aver cercato di impedire loro di celebrare il mese del digiuno sacro in un capannone industriale alla periferia del paese. I magistrati del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia le hanno quantificate in 500 euro. Alla parcella si aggiungono però pure le spese generali e gli oneri fiscali e previdenziali dei due avvocati a cui si sono rivolti gli islamici, che sono Vincenzo Latorraca e Michela Luraghi. La spesa quindi raddoppia.

La sentenza è stata emessa nei giorni scorsi. A rivolgersi ai giudici del Tar è stato Abella Bourass, il legale rappresentante del Centro islamico Assalam di Cantù, dopo che dal Comune, è stato emesso un provvedimento per proibire appunto ai fedeli musulmani di riunirsi in uno stabile di loro proprietà per l’ultimo Ramadan, che si è svolto dall’8 marzo all’8 aprile scorsi.

Per gli amministratori locali infatti il luogo prescelto non è un luogo di culto. Una linea mantenuta dall’Amministrazione cittadina che viene trascinata da anni. Secondo il presidente della Sezione Quinta Daniele Dongiovanni, con la collega Martina Arrivi e il relatore della causa Giuseppe Nicastro, si tratta tuttavia di un provvedimento illegale, perché non garantisce la libertà di culto.

"Nella comparazione degli opposti interessi, appare prevalente quello al libero esercizio dell’attività di culto rispetto a quello legato all’accertamento della compatibilità urbanistica del temporaneo mutamento di destinazione d’uso dell’immobile", si legge nel pronunciamento. Semmai dall’Amministrazione comunale avrebbero dovuto intervenire dopo aver riscontrato eventuali violazioni, compresa quella relativa al numero massimo di 99 persone che possono essere accolte contemporaneamente nel capannone trasformato in moschea per questioni di sicurezza e di salute pubblica, non prima invece a titolo preventivo. Da qui non solo la bocciatura del divieto di Ramadan, ma anche la condanna "al pagamento delle spese della presente fase cautelare, nella misura di 500 euro, oltre spese generali, oneri fiscali e previdenziali, se ed in quanto dovuti".