GABRIELE MORONI
Cronaca

Alessandra Carati, fra Rosy e Rosa Bazzi: “Così è cambiata dopo la carcerazione”

La scrittrice ha pubblicato un romanzo sulla donna condannata con l’accusa di essere la responsabile della strage di Erba insieme al marito Olindo Romano: “Il mio è stato un tentativo di comprensione”

Rosa Bazzi e Olindo Romano; nel tondo, la scrittrice Alessandra Carati

Rosa Bazzi e Olindo Romano; nel tondo, la scrittrice Alessandra Carati

Milano, 3 aprile 2023 – Si dice Rosa Bazzi e subito, come per un riflesso condizionato, si associano Olindo Romano e strage di Erba. “Rosy” è il titolo del romanzo (edito da Mondadori) che Alessandra Carati ha dedicato alla protagonista di uno dei più truci e controversi fatti di sangue del dopoguerra.

Alessandra Carati, come nasce l’idea del romanzo?

"Nasce da una curiosità che forse ha toccato altri, oltre me. Tutti siamo stati esposti alla vicenda di Erba e ci siamo chiesti chi fossero Rosa Bazzi e Olindo Romano. Il lavoro di uno scrittore è anche quello di avvicinarsi a persone con cui la maggior parte di noi non vuole avere a che fare. Il mio è stato un tentativo di comprensione".

Perché un romanzo, quando sarebbe stato decisamente più semplice attingere agli atti giudiziari o riportare i colloqui che lei ha avuto con Rosa Bazzi nel carcere di Bollate?

"Perché sono una scrittrice, non sono né giornalista né saggista. Mi muovo dentro lo spazio del romanzo, con la libertà e la responsabilità che questa forma consente. Il romanzo non coincide necessariamente con un’opera di finzione, in cui si inventano fatti, situazioni, personaggi. C’è una lunga tradizione (A sangue freddo di Truman Capote, L’impostore di Javier Cercas, La città dei vivi di Nicola Lagioia, L’avversario e V13 di Emmanuel Carrère), in cui la scrittura parte da fatti realmente accaduti e si struttura intorno allo sguardo dell’autore".

Che donna si aspettava di trovare al suo primo incontro con Rosa Bazzi, nel luglio di cinque anni fa?

"A partire da quello che è stato scritto sui giornali, mi aspettavo una persona a cui poter rivolgere delle domande, con cui poter avere un dialogo. Invece Rosa ha una difficoltà a comprendere e a formulare discorsi articolati e questo discende dal deficit cognitivo che le è stato riconosciuto per la prima volta nel 2019, quando è stata sottoposta a perizia da parte della difesa. Per avvicinarsi a lei bisogna sforzarsi di entrare nel suo mondo".

E come ha fatto?

"Con il tempo, ascoltandola, cercando un terreno comune, abituandomi a lei, al suo modo di comunicare. Rosa si è affidata subito, mi ha dato la sua disponibilità immediatamente. E anche questo fa parte della sua disabilità, l’incapacità di valutare chi ha di fronte, di fare distinzioni e stabilire la giusta distanza. Già dal primo giorno mi parlava dando tutto per scontato, come se io la conoscessi da tempo e ci fosse la confidenza che nasce dopo anni di frequentazione".

«Lui è responsabile per una parte grande, ma grande», dice Rosa del marito parlando della carcerazione di entrambi. Come se fosse in collera con Olindo, gli rimproverasse la loro condizione di detenuti ergastolani.

"Fa riferimento al momento in cui il marito le comunica il proposito di autoaccusarsi dei delitti. Olindo lo fa perché ha paura che Rosa non sopravviva al carcere, lui conosce la particolare condizione di lei, ne è consapevole. In quel momento Rosa lo anticipa e si autoaccusa per prima. Quando le domando il motivo per cui lo ha fatto, mi dice che in quel momento era terrorizzata dall’idea di tornare a casa da sola. Per lei la vita fuori era impossibile senza Olindo, anche sul piano pratico: Rosa non guida, non sa contare, non sa leggere, perfino una semplice operazione in posta o in banca sarebbe stata una difficoltà insormontabile senza il suo aiuto. Aveva bisogno del marito, le era indispensabile. Oggi Rosa pensa che se lui non avesse avuto l’idea di confessare non sarebbero finiti in carcere. Alla base di tutto c’era la loro relazione simbiotica, l’angoscia di separarsi era più forte di ogni altra cosa".

Quali sono i loro attuali rapporti?

"La relazione si è trasformata, di necessità. Già nella vita normale è difficile tenere vivo un matrimonio, provi a immaginare dopo diciassette anni di detenzione. Entrambi sono stati obbligati a inventarsi una vita senza l’altro".

Che donna ha lasciato dopo l’ultimo colloquio?

"Una donna che ha imparato a sopravvivere in una condizione complicata, faticosa e che cerca di dare un senso alle sue giornate. Si è impegnata molto per avere accesso all’articolo ventuno, che le consente di lavorare. È stato un passaggio importante dentro un sentiero di emancipazione, anche rispetto alla dipendenza da Olindo. La conquista di uno spazio di autonomia. In carcere Rosa Bazzi ha acquisito un senso diverso di sé".

Nella contrapposizione fra colpevolisti e innocentisti, in quale campo si colloca Alessandra Carati?

"In una vicenda così dolorosa, complicata, credo che si dovrebbe provare a capire e non mettersi da una parte o dall’altra. E per capire occorre studiare molto, riflettere molto. La vita delle persone non è una partita di calcio".