Strage di Erba, il carcere di Olindo Romano: dal corso da imbianchino al sogno dell’anno sabbatico in Irlanda

Dimagrito dopo il trasferimento a Opera, ha abbandonato gli studi di Agraria. Legge giornali e guarda la tivù. Non fa più il cuoco e ha inventato una scacchiera

Olindo Romano, 62 anni, come appare oggi, stempiato e con i capelli bianchi

Olindo Romano, 62 anni, come appare oggi, stempiato e con i capelli bianchi

Quando venne al mondo, un giorno di febbraio del 1962, nel piccolo centro valtellinese di Albaredo per San Marco, lo chiamarono Olindo in ricordo di uno zio alpino scomparso in Russia. Olindo Romano e Rosa Bazzi, anche se nella sintesi giornalistica e nella vulgata popolare i cognomi vengono spesso elisi e sopravvivono solo i nomi di battesimo: sorte quasi inevitabile per una coppia simbiotica. Il netturbino e la colf uniti, in libertà, in una dimensione che escludeva il resto del mondo. Uniti, oggi, da terribile e definitiva condanna per la strage di Erba e da domani dalla speranza che il processo di revisione che si avvierà in Corte d’Appello a Brescia possa sgravare dal macigno dell’ergastolo. "Spero – ha detto Romano all’avvocato Diego Soddu, tutore suo e della moglie in uno degli ultimi incontri –. Spero in una valutazione seria, oggettiva".

Olindo Romano ha messo i capelli bianchi e recuperato una certa forma fisica dopo essere ingrassato a dismisura durante la detenzione a Parma, 120 chili per un uomo alto un metro e 65. In cella a Opera, confessa di annoiarsi un po’. Da poco ha smesso di fare il cuoco e ha seguito un corso per lavori di imbiancatura. Si era anche iscritto ad Agraria, ha interrotto gli studi dopo avere dato parte di un esame perché non riusciva a concentrarsi ma non dispera di riprenderli. Trascorre il tempo leggendo i giornali e guardando la Tv, soprattutto i telegiornali.

Una decina di anni fa si era anche improvvisato inventore, aveva costruito un nuovo tipo di scacchiera a quattro che gli sarebbe piaciuto brevettare. Non sa usare il computer, diciassette anni sono tanti e in tutto questo tempo la rivoluzione tecnologica ha distanziato i Romano di anni luce. Non si nega alle interviste. In una di queste, alcuni mesi fa, ha aperto il libro dei sogni: la libertà, naturalmente con Rosa, una sorta di anni sabbatico in un bungalow senza vicini attorno, una vacanza magari in Irlanda, per poi trascorrere il resto della vita in Italia e, perché no, a Erba. Indirizza lettere al mondo dell’informazione per rivendicare l’innocenza sua e della moglie. In quella firmata anche da Rosa e letta al TG1 la sera dell’11 gennaio, ha affrontato il punto delicatissimo delle confessioni poi ritrattate.

"Provate a mettervi al nostro posto, due persone semplici che all’improvviso vengono prima indicate come colpevoli e poi portate in carcere. Soli e spaventati, chiusi in cella per due giorni, senza capire cosa stava succedendo. Poi all’improvviso arrivano quei due carabinieri che con la scusa di prendere di nuovo le impronte digitali mi hanno fatto una testa così, dicendo che era meglio confessare perché avremmo avuto un forte sconto di pena come succede ai pentiti di mafia".

“Chiedo solo – era la conclusione della missiva – una cosa, di riferire che noi Olindo e Rosa siamo innocenti, che continuiamo ad avere fiducia nella giustizia e che non passa giorno che non pensiamo a quelle povere vittime di una strage che è ancora senza colpevoli". Rosa Bazzi dall’inizio dell’anno riassapora, per qualche ora al giorno, il dolce gusto della libertà dopo essere stata ammessa al lavoro esterno. Ogni mattina, all’alba, lascia il carcere di Bollate. Un pulmino o un’auto (la donna non ha la patente di guida) l’attende per condurla in una cooperativa sociale, sempre nel Milanese, che opera nel settore sanitario. Lì Rosa Bazzi si occupa di pulizie. Come un ritorno al passato, quando le signore di Erba se la contendevano tanto era brava e precisa.