Yara Gambirasio
Yara Gambirasio

Sono passati undici anni. Undici anni da quel 26 novembre 2010 in cui il cuore di un intero paese, Brembate, ha saltato più di qualche battito e la vita di una famiglia è cambiata. Esattamente undici anni fa, il 26 novembre 2010 intorno alle 19, Yara Gambirasio è uscita di casa e non ha fatto più ritorno. Il suo corpo è stato ritrovato tre mesi esatti dopo, il 26 febbraio 2011. Così come il 26 febbraio, ma del 2015, sono poi state chiuse le indagini sul caso. Già, 26, un numero che ricorre. E che, sorte beffarda, nella numerologia rappresenta la famiglia. Famiglia, come quella a cui manca Yara Gambirasio. Famiglia, come quella a cui manca Massimo Bossetti, arrestato e condannato per la morte di questa ragazzina. Due famiglie che per sempre porteranno il segno di questa vicenda.

La scomparsa

Quel giorno di undici anni fa, Yara Gambirasio era uscita di casa per andare al centro sportivo nel quale si allenava spesso. Era appassionata di ginnastica ritmica e il centro di Brembate di Sopra era a poche centinaia di metri da casa sua. Neanche un chilometro di distanza. Erano un paese che conosceva bene e una strada che conosceva ancora meglio. Eppure quella sera non è tornata a casa. E neanche le sere successive. Yara Gambirasio, 13 anni, era sparita nel nulla.

Le ricerche

All'inizio si era pensato a un allontanamento volontario, di quelli che possono capitare durante il periodo dell'adolescenza. Con il passare dei giorni, però, è diventato chiaro che quella ragazza non era scomparsa per una propria decisione. E che qualcuno l'aveva portata via. Ma portata dove? Gli investigatori hanno battuto la zona di Brembate palmo a palmo, anche con l'aiuto dei cani molecolari. Ma nessuna traccia di Yara era stata trovata.

La pista sbagliata

Un paio di settimane dopo la scomparsa della tredicenne, le indagini subiscono una brusca virata: la traduzione di una frase dall'arabo mette gli inquirenti sulla pista di Mohammed Fikri. Il 22enne operaio marocchino viene accusato della morte della giovanissima. Nel territorio bergamasco si svolgono manifestazioni di protesta contro gli stranieri. Ma poco dopo si scopre che Fikri è vittima di un clamoroso errore: la traduzione di quella frase che il marocchino aveva pronunciato era sbagliata e la versione corretta non ha nulla a che vedere con un omicidio. Scarcerato, con troppe poche scuse per l'accaduto, Fiki, le indagini erano tutte da rifare.

Il ritrovamento del corpo

Il 26 febbraio 2011 viene trovato in un campo di Chignolo d'Isola, a una decina di chilometri da Brembate di Sopra il corpo senza vita di Yara Gambirasio. Il cadavere è martoriato da numerosi colpi di spranga, una ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio. Ma quel che è peggio, se qualcosa di peggio può esistere, è che la ragazzina non è morta a causa dei colpi ricevuti bensì per assideramento. Yara Gambirasio è stata lasciata morire di freddo da sola in un campo dal suo aggressore.

L'arresto di Massimo Bossetti e Ignoto 1

Il 16 giugno 2014, quindi tre anni e mezzo dopo la scomparsa della tredicenne di Brembate, viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti. L'accusa per il muratore 44enne di Mapello è quella di aver ucciso Yara Gambirasio. Ma come si è arrivati a lui? Attraverso l'indagine più capillare e probabilmente più dispendiosa del mondo, sicuramente d'Europa: è stato campionato il dna di decine di migliaia di persone provenienti da tutto il territorio e lo si è comparato con quello ritrovato sugli indumenti intimi della giovane vittima. Le analisi hanno permesso di trovare Ignoto 1, ovvero non il "proprietario" di quel dna preciso ma un uomo che condivideva con altri uomini lo stesso aplotipo Y. In sostanza ad essere stato campionato era il dna dei fratelli del proprietario del patrimonio genetico ritrovato sugli indumenti di Yara. Come era possibile stabilirlo? Perché l'aplotipo Y è un "pacchetto" di geni che si trasmettono identici come eredità patrilineare, cioè che caratterizzano tutti gli individui maschili di una determinata famiglia. Trovato il padre, era necessario però rintracciare la madre di Ignoto 1. Attraverso una serie di indagini si è arrivati anche a questa donna e si è scoperto che da una sua relazione passata era nato proprio Massimo Giuseppe Bossetti. E, una volta prelevato il dna di Bossetti tramite la scusa di un test con l'etilometro, ecco trovata la corrispondenza con il materiale rinvenuto su Yara.

La condanna

Il processo a Massimo Bossetti non dura molto e i tre gradi di giudizio per lui si concludono il 12 ottobre 2018, con la conferma della Corte di Cassazione della condanna all'ergastolo nei suoi confronti. Una pena mai accettata da Bossetti e dai suoi legali. Il muratore di Mapello si è, infatti, sempre dichiarato innocente e ha sempre affermato di sentirsi al centro di un complotto.
 

Le contestazioni della difesa

I ragionamenti degli avvocati della difesa di Massimo Bossetti ruotano da sempre attorno a un perno principale, ovvero quello del dna mitocondriale presente sul corpo di Yara. Un dna che non apparterrebbe all'imputato. Ma allora Bossetti poteva non essere stato da solo? Ma allora Bossetti potrebbe addirittura essere innocente? In realtà quella porzione di traccia biologica non è mai stata presa in considerazione, in quanto considerata minoritaria rispetto alla quantità del dna di Bossetti. Un altro interrogativo riguarda la totale assenza di testimoni oculari: nessuno ha mai visto Bossetti aggirarsi dalle parti del centro sportivo nei giorni precedenti la scomparsa della tredicenne? Se Yara è stata portata via da lui quella sera, nessuno lo ha visto? A oggi tuttavia è stato negato ai legali della difesa il riesame dei reperti.

Il film 

Recentemente è uscito sulla piattaforma streaming Netflix il film "Yara" che racconta il caso visto soprattutto dalla prospettiva della pm Letizia Ruggeri. Proprio il film del regista Marco Tullio Giordana ha suscitato numerose polemiche da più parti.