Milano, 10 settembre 2017 - «Ofelè, fa el to mestè». Il sindaco Giuseppe Sala cita il noto detto in dialetto milanese per annunciare che punta a un secondo mandato in Comune. Sì, perché se il detto dice al «pasticciere» di fare «il suo mestiere» e, più in generale, invita tutti a non improvvisarsi in lavori che non si è in grado di svolgere, Sala sente che il suo mestiere, ormai, è quello di primo cittadino. Cinque anni non gli bastano, vuole restare a Palazzo Marino per dieci anni. Posizione opposta a quella del suo predecessore Giuliano Pisapia, che dopo cinque anni ha deciso di non ricandidarsi.

Il sindaco Sala, davanti alla platea di un evento pubblico nel Teatro dell’Arte alla Triennale di viale Alemagna, spiega: «Sono talmente fiero e contento di fare il sindaco, mi sento talmente centrato in questo lavoro e lo faccio con tanta felicità che vedo nel mio futuro di continuare a farlo il più a lungo possibile». Al termine dell’incontro, davanti ai cronisti che lo incalzano sul «secondo mandato», il sindaco aggiunge: «Dieci anni sarebbero il periodo più giusto se si vogliono fare cose complesse. Diciamo che io sto già pianificando le azioni per un periodo più lungo dei cinque anni di un mandato. Milano, anche se cambierà Giunta, ha la fortuna di non sbandare e prendere cose anche dal passato».

«Four more years», quattro anni ancora, dicono gli americani ai presidenti che si ricandidano per un secondo mandato alla Casa Bianca. Sala vorrebbe restare a Palazzo Marino per un secondo mandato di cinque anni e fa due esempi per far capire perché: «Primo esempio: mi auguro di poter avviare i lavori per il prolungamento della metropolitana fino a Monza entro il mio mandato. Ma per finirli si andrebbe certamente al prossimo mandato. Secondo esempio: il progetto di riapertura dei Navigli». E il Piano periferie? Il sindaco sottolinea che servirebbero dieci anni per riqualificare tutti i quartieri più degradati della città: «Su questo fronte la Giunta ha fatto la scelta di concentrarsi su cinque macro-quartieri, la cui riqualificazione non risolverebbe tutto il problema periferie».

Sala, nel suo intervento sul palco della Triennale, parla anche del nodo sgomberi. Il metodo milanese, annuncia il primo cittadino, sarà moto diverso da quello adottato a Roma durante lo sgombero del palazzo di piazza Indipendenza dello scorso 24 agosto durante il quale si sono registrati scontri tra poliziotti e migranti: «Faremo gli sgomberi, ma quando sapremo dove mettere le persone che sono lì». Poco dopo, a margine dell’incontro, il sindaco aggiunge: «Gli sgomberi? Ci stiamo ragionando con prefetto e questore. In alcuni casi vanno fatti, ma al di là di capire chi c’è dentro quegli immobili occupati, dai bambini alle donne, il primo tema è capire dove possono andare le persone». L’impresa è complicata. Gli sgomberi da programmare, in alcune zone della città, sarebbero tanti, tantissimi. Migliaia. È uno dei problemi più spinosi nelle periferie milanesi. Sala, intanto, lancia una seconda stoccatina a Roma e al sindaco capitolino Virginia Raggi: «Quando si parla delle periferie milanesi si farebbe bene a confrontarle con quelle di Roma».