Strage di Samarate, ergastolo al papà assassino. Nicolò senza madre e sorella: “Sentenza giusta e dolorosa”

Sterminò la famiglia, condanna confermata in Appello. Respinta una nuova perizia psichiatrica Maja in aula: "Non riuscirò mai a perdonarmi". Il figlio superstite dall’ospedale: "Guardo avanti"

Alessandro Maja, 58 anni

Alessandro Maja, interior designer, 58 anni, condannato all’ergastolo dalla prima sezione della Corte di assise di Appello di Milano

Milano – Nicolò Maja, ricoverato all’ospedale di Circolo di Varese dopo un delicato intervento di neurochirurgia sul cranio sfondato dal padre a colpi di martello, parla di "una sentenza giusta anche se dolorosa". Per la prima volta, a causa della convalescenza, non è riuscito a essere presente in aula, indossando la t-shirt con stampate le foto della madre e della sorella. È rimasto in contatto con il nonno materno, Giulio Pivetta, e con il suo legale, l’avvocato Stefano Bettinelli. Sono stati loro a comunicargli l’esito del processo d’appello a Milano, con la conferma della condanna all’ergastolo inflitta in primo grado al padre dalla Corte d’Assise di Busto Arsizio.

«Sono sereno – spiega il 25enne – voglio riprendermi e guardare avanti, al mio futuro, portando sempre nel cuore il ricordo della mamma e di Giulia". Nicolò, che sognava di diventare pilota d’aereo, continua a rivolgere al padre domande, rimaste senza risposta, sulla decisione di "cancellare" la sua famiglia la notte fra il 3 e il 4 maggio 2022 nella villetta in via Torino a Samarate, nel Varesotto. L’interior designer ha massacrato la moglie, Stefania Pivetta, e la figlia 16enne, Giulia. Poi si è accanito sul primogenito Nicolò, che è riuscito a sopravvivere alla strage. Ieri, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, l’imputato ha letto una breve dichiarazione spontanea. "Confido nel perdono di Gesù determinato dal mio pentimento", ha detto. Ha riferito di aver agito in uno stato di "squilibrio emotivo" che lo ha portato a "cancellare" la famiglia che "adoravo". Si è appellato alla "clemenza" della Corte: "Io non riuscirò mai a perdonarmi".

I giudici hanno respinto la richiesta di una nuova perizia psichiatrica avanzata dall’avvocato Gino Colombo, difensore dell’uomo che in primo grado era stato ritenuto capace di intendere e di volere. Istanza alla quale si è opposta anche la procuratrice generale, Francesca Nanni, che ha chiesto di confermare la pena dell’ergastolo stabilita in primo grado. Le vittime, ha ripercorso in aula, "sono state aggredite nel sonno, al buio, da una persona che loro ritenevano in grado di dare loro protezione". Ha definito "convincenti" gli esiti della perizia eseguita dal medico Marco Lagazzi, ritenendo inutili ulteriori accertamenti sulla psiche dell’uomo, che aveva ingigantito e trasformato in ossessioni alcuni problemi personali e legati al lavoro.

«È stata una tragedia grandissima sotto tutti i punti di vista - ha detto la procuratrice generale - si fa fatica ad accettare che una persona sana abbia compiuto tutto questo ma la perizia ha tenuto conto correttamente di tutti gli elementi". Una posizione sostenuta anche dall’avvocato Bettinelli, che assiste Nicolò e i nonni materni, parti civili. Ha evidenziato "l’assoluta capacità di intendere e di volere" dell’uomo quando ha compiuto la strage familiare. "Fino al giorno precedente si relazionava in maniera normale con le persone – ha proseguito – e anche in seguito ha dimostrato una assoluta consapevolezza. Mi risulta difficile pensare che solo in quel frangente l’imputato non fosse capace di intendere e di volere". E Nicolò Maja è "sopravvissuto solo per caso", perché il padre ha chiamato i soccorsi dopo essersi inferto alcune ferite superficiali.

Il 25enne ha riportato "un’invalidità stimata dell’80%", ferite fisiche e psicologiche che non si rimargineranno mai. Lo assistono, come angeli custodi, i nonni materni Giulio e Ines, lo zio Mirko. "La giustizia qualche volta c’è, la legge è stata rispettata", ha spiegato Giulio Pivetta, emozionato dopo la lettura della sentenza. "Non credo alle sue scuse, al suo pentimento. Il perdono? Ci mancherebbe altro. Ho avuto pietà a vederlo". La partita, però, non si è ancora chiusa. La difesa, infatti, potrebbe tentare il ricorso in Cassazione. "Siamo convinti di quello che ha sostenuto il nostro psichiatra – sottolinea l’avvocato Colombo – e lo porteremo avanti. Soffre di una depressione maggiore con delirio distruttivo, è pacifico".