Leonardo Cazzaniga
Leonardo Cazzaniga

Busto arsizio (Varese), 23 novembre 2019 - «Esiste una enorme pluralità di elementi di prova che il ‘protocollo’ era un metodo messo a punto da Cazzaniga al di fuori di ogni intento terapeutico e palliativo, per provocare la morte di soggetti che a suo insindacabile modo di vedere non meritavano di vivere». Dopo l’inquadramento giuridico fatto dal procuratore Gian Luigi Fontana, è serrata la requisitoria del pm Maria Cristina Ria. Nell’aula dell’Assise di Busto Arsizio parola all’accusa nel processo a Leonardo Cazzaniga, ex aiuto primario del pronto soccorso del presidio ospedaliero di Saronno, accusato di quindici omicidi: dodici ricoverati al pronto soccorso e quelli di tre familiari (il marito, la moglie, il suocero) della sua amante, l’infermiera Laura Taroni. Morti di pazienti anziani, affetti da patologie plurime, oncologici, tutte provocate con la somministrazione in sovradosaggio di morfina e di farmaci anestetici e sedativi.

L’aveva chiamato ‘protocollo’ Cazzaniga. «Una condotta che non aveva niente a che fare con la sedazione palliativa, se non lo stato dei pazienti e i farmaci impiegati. A volte Cazzaniga decideva l’applicazione del ‘protocollo’ e la preannunciava prima ancora di avere visto il paziente».«Era un medico esperto, che si sentiva superiore agli altri e ostentava la sua superiorità». Definiva «attendisti» i colleghi. Aveva comportamenti sprezzanti, ingiuriosi, fino a essere minacciosi, con il personale e anche con gli operatori del 118. Questo «nella totale impunità, senza che nessuno facesse niente», nonostante le segnalazioni.
«Si definiva ‘angelo della morte’. Pronunciava frasi come ‘Su questo paziente dispiego le ali di angelo della morte’ o ‘Io sono Dio’». Quello di Luciano Guerra è il primo dei decessi sospetti illustrato dall’accusa. Morte familiare ma anche ospedaliera perché il suocero di Laura Taroni cessa di vivere, in ospedale a Saronno, il 20 ottobre del 2013 dopo essere stato ricoverato nel reparto di Medicina. Per la morte del suocero Laura Taroni è stata assolta (e l’imputazione è rimasta in capo al solo Cazzaniga), mentre è stata condannata in primo e secondo grado a trent’anni di reclusione per gli omicidi del marito Massimo Guerra e della madre Maria Rita Clerici.

«Le prove mancanti – scandisce il pm Ria – contro la Taroni sono state acquisite in questo dibattimento dalle testimonianze e in parte dallo stesso Cazzaniga. Senza alcuna ombra di dubbio la morte va ascritta a entrambi, anche se oggi giudichiamo solo Cazzaniga». È il momento di maggioro tensione emotiva. Gabriella Guerra, figlia di Luciano e sorella di Massimo, si allontana commossa fino alle lacrime. La rappresentante dell’accusa ha letto anche il terribile colloquio intercettato fra Laura Taroni e il maggiore dei due figli nel quale la donna spiegava al bambino che, perché un delitto sia perfetto, non si devono lasciare tracce.Le testimonianze su Luciano Guerra sono quelle di una dottoressa e di una infermiera.

La telefonata che Cazzaniga riceve verso le 9.30. Risponde «Ciao amore» e parla bassa voce. Si avvicina a un armadietto, preleva una confezione. Aspira il medicinale in una siringa che poi ripone nel taschino del camice. Getta la scatola e una delle testimoni riconosce che si tratta di Midazolam. Esce in corridoio dove è in attesa la Taroni. Quando rientra non ha con sé la siringa. La perizia ha accertato la presenza di Midazolam in tutti i tessuti analizzati dopo che la salma di Luciano era stata esumata. Gli undici episodi di morti in corsia esaminati con una perizia “super partes”. In dieci casi è stato superato il livello letale per uno o più farmaci. «La Procura – conclude il pm – ritiene che il dolo da parte di Cazzaniga sia qui nella sua massima intensità: ha volut © RIPRODUZIONE RISERVATA