L’ictus nel mezzo della vita: "Il mio risveglio spirituale"

Gianluca Mantovan si racconta in una raccolta di riflessioni e pensieri in libertà in cui ognuno può riconoscersi: "È un invito a ritrovare tempo per se stessi".

L’ictus nel mezzo della vita: "Il mio risveglio spirituale"
L’ictus nel mezzo della vita: "Il mio risveglio spirituale"

La malattia gli ha cambiato la vita, la parola scritta gli ha dato la chiave per aprire una nuova porta e lasciarsi alle spalle il buio dei momenti più difficili. A raccontarsi è Gianluca Mantovan, 54 anni, all’uscita del suo secondo libro, “Aspettando la notte“, in libreria in questi giorni: una raccolta di racconti brevi, storie e riflessioni, pensieri in libertà in cui ognuno può riconoscersi.

Mantovan, vuole ricordare il giorno che segna la sua vita?

"Il primo febbraio 2012, vengo colpito da un ictus. Ho 43 anni, un lavoro in una società di servizi, alcune collaborazioni giornalistiche. Quel giorno cambia tutto. Sono in ospedale, ho perso la parola. È la notte nella mia vita, ben diversa da quella che anni dopo diventerà amica e ispiratrice dei racconti. Dopo alcune settimane sono stato dimesso, non riuscivo ad articolare alcuna parola, potevo però pensare. In quei momenti mi ha sostenuto il pensiero che dovevo uscire da quel tunnel, muovendo i primi passi, come un bambino, per rimettermi in piedi. Accanto avevo i miei familiari, preziosi. Lentamente ho cominciato la mia ripresa, che io chiamo il cammino verso una vita migliore".

Ha mai maledetto la malattia?

"No, mai. Mi ha dato l’opportunità di cambiare la mia vita, di lasciare alle spalle ciò che non era importante. Non mi sono mai arreso di fronte alle difficoltà, mi sono avvicinato anche alle filosofie orientali, al buddismo. In quel cammino nuovo ho incontrato il nome con cui firmo i miei libri, Gianlubodai, vuol dire “risveglio spirituale“, è quello che stavo vivendo".

Un momento atteso è stato il recupero della parola.

"Sì, dopo aver ripreso a muovermi in modo autonomo, dovevo uscire dall’afasia. Ho seguito la terapia per due anni, poi ho cominciato ad avvertire l’urgenza di scrivere, di fissare ciò che pensavo. Uno strumento fondamentale è stata la tastiera del telefonino, successivamente quella del computer, perché non riuscivo a scrivere a mano né in corsivo né in stampatello. Anche oggi, ad anni di distanza, mi è difficile,come non riesco a leggere più di una pagina mentre posso scrivere per ore. E così nascono i miei racconti".

L’inciampo della malattia non le ha rubato nulla?

"No, ogni giorno dico grazie alla vita. Ho ancora dei limiti, ma non conta, è importante quello che riesco a fare e a comunicare, sono Gianlubodai, il mio risveglio spirituale continua e lo trasmetto nei racconti: “Aspettando la notte“ è un invito a ritrovare del tempo per se stessi, la notte sa mettere in contatto con la parte più profonda di noi, per ripulirsi dal superfluo".