Gigi Riva, ricordi del suo lago: interminabili partite all’oratorio e gite in barca

In omaggio al campione scomparso oggi, lunedì 22 gennaio, ripubblichiamo un’intervista concessa al nostro quotidiano qualche anno fa

Gigi Riva con la maglia del Cagliari

Gigi Riva con la maglia del Cagliari

Qualche anno fa, nel 2009, Gigi Riva concesse a Il Giorno un’intervista, pubblicato sul fascicolo varesino del nostro quotidiano. Una chiacchierata sui suoi esordi da calciatore e sulla sua adolescenza, vissuta sul lago Maggiore. La riproponiamo come omaggio al più grande bomber azzurro di tutto i tempi, scomparso oggi in ospedale a Cagliari.

Secco secco e martirizzato dai terzini avversari. E, però, già con la dinamite nel piede sinistro. Così ricorda Gigi Riva chi ha avuto la ventura di vederlo giocare nei suoi primi anni da calciatore, con la maglia dell’Ala di Leggiuno o con quella del Laveno Mombello, le società del lago Maggiore in cui è cresciuto.

Le prime reti

Rombo di Tuono, uomo d’acqua passato dalle rive del Verbano a quelle del Mediterraneo sardo, porta nel cuore tanti ricordi della sua adolescenza lacustre. "Il pubblico - rammenta l'attuale team manager della Nazionale - mi si affezionò subito, nonostante fossi magrissimo e volassi sempre per aria a ogni contrasto". Giovanni Spertini, il suo primo allenatore, uno che la sapeva lunga, capì al volo che quel ragazzo avrebbe fatto sfracelli se solo avesse aggiunto qualche chiletto a un fisico gracilino.

"Mi mise sotto con la ginnastica - spiega - Così acquistai un po’ di tono muscolare. Fu il mio primo assaggio di un approccio professionale al calcio". Il lavoro pagò. Riva segnò vagonate di reti, stimolato anche "dai premi di 2.000 lire che ci davano per ogni vittoria" e si trasferì qualche chilometro più in giù del suo amato lago, a Legnano, da dove spiccò il volo per Cagliari, città in cui avrebbe vinto uno scudetto, nel 070, e realizzato 207 reti.

La famiglia

L’infanzia del futuro capocannoniere è segnata da tinte chiaroscure. Da momenti di felicità e periodi scuri come le giornate piovose sul lago. "A 9 anni - rievoca - persi mio papà Ugo, minato nel fisico e nello spirito da tre guerre. Era il barbiere e il sarto del paese. Mia mamma Edis fu costretta ad andare a lavorare nella manifattura a Leggiuno e io venni spedito in collegio".

Un colpo peggiore di un calcione sulla tibia ricevuto da un ruvido difensore. "Soffrii tantissimo - spiega l'ex nazionale - Ero abituato alla libertà. Mi mancarono le giornate passate al campetto dell'oratorio. Giocavamo dalle 9 di mattina alle 5 del pomeriggio. Le partite finivano con risultati incredibili, tipo 48-47".

Uomo d’acqua

Quando non correva dietro a un pallone Riva si divertiva al lago. "Spesso io e i miei compagni - ricorda - affittavamo una barca e andavamo a visitare le isole del Verbano. Poi ci fermavamo in un'ansa e ci dedicavamo alla pesca". L'acqua era un altro campo da gioco, ma anche un mostro spaventoso. "Così scura - ripensa - metteva soggezione. Quella della Sardegna è tutta diversa. Si vedono pesci e coralli fino a venti metri di profondità". A Leggiuno è rimasto attaccato. "Mi capita di ritornarci - racconta - Nella casa in centro che acquistai con i primi soldi guadagnati a Cagliari. Oggi ci stanno le mie sorelle". Ricordi. Come quelli fissati per sempre in www.gigiriva.it dal figlio Mauro, web designer di professione che ha stupito Rombo di tuono con un regalo per la Festa del papà. "Non me l'aspettavo - chiude l'ex attaccante - Alcune fotografie me l'ero persino dimenticate".