Ricordi di Naja. Che nostalgia quel pappagallo

L'articolo di Andrea Maietti riflette sul rapporto con il taccuino settimanale da giornalista, influenzato anche dalle critiche della figlia e dai ricordi dell'esperienza militare a Bracciano.

Maietti

Far della mezzanotte. Clic dell’interruttore dell’abat-jour. Momento: non ho ancora pensato al “taccuino“ settimanale per il giornale. Me l’ero quasi scordato. Dopo anni di taccuini deve essere un po’ come tra marito e moglie: ci si scorda degli anniversari. E poi recentemente mi ha demolito la figlia Lucy, il mio critico più impietoso: "I tuoi ultimi pezzi non mi hanno entusiasmato". Potrei obiettare che, nella scrittura, come nel matrimonio, non è sempre poesia. È più spesso prosa, con gli anni. Ma c’è anche la poesia della prosa. Lo dice Kierkegaard in "Aut-aut", clandestina lettura liceale suggeritami da una sagoma di prete filosofo, che un giorno, all’intervallo, ci aveva confidato i tre requisiti per diventare canonico: "elatio vocis, pinguitudo corporis, hebetudo mentis": bella voce, panza pronunciata, mente non proprio acuta. Mi trascino fuori dal letto con lo stesso umore col quale mi scollavo dalla branda di Bracciano sotto la naja, alle cinque e mezza del mattino, dopo aver marciato per venti chilometri il giorno prima con anfibi, zaino e fucile ’91: cinque colpi in 15 mesi: "alle allodole", secondo il sottotenente che controllava i fori delle pallottole sulla sagoma di compensato. "Sarà che invecchi", provoca la figlia. Reagisci, vecchio, dacci dentro col taccuino. Eccomi al computer, pronto a inerpicarmi per le 2.000 battute di rito. Pagina ostile come una mulattiera bianca di solleone. Lo stesso, atroce, di quelle marce intorno a Bracciano. E la recluta Pappagallo: così lo avevano ribattezzato i nonnastri. Era un siciliano dal naso adunco, abilissimo nell’imitazione dei versi degli animali da cortile, lui contadino uscito da una novella del Verga: "Io qui ci muoio – mi disse un giorno - : guarda le mie mani, sono dure come le zolle della mia terra, che il sole si mangia. Sono buone per la zappa, non per il fucile". Finì per lanciarlo contro un albero, il suo fucile ’91. Lo portarono via. Nessuno seppe mai dirci dove. Anche i "nonni" sentirono la mancanza di Pappagallo: uno bravo come lui a imitare asini e gatti, galli e maiali , non lo trovarono più.