a famiglia di Pierandrea Speziale nel giardino di casa per la gara virtuale dell’Avis
a famiglia di Pierandrea Speziale nel giardino di casa per la gara virtuale dell’Avis

Morbegno (Sondrio), 18 maggio 2020 - Una famiglia di 8 persone, più il cane, come ha vissuto, in Valtellina, il tempo del lockdown? C’è Giulia, la più grande dei fratelli, che è passata dalla dittatura del Sudan alla “reclusione in casa” per il Covid-19, il fratello Matteo, che non ha mai smesso di lavorare perché occupato in un’azienda della filiera alimentare, il papà Pierandrea Speziale, prof in una Primaria di Morbegno, alle prese con la didattica a distanza, e mamma Luciana, ingegnere biomedico part-time in un ospedale riabilitativo della provincia di Lecco che da tre settimane ora lavora da casa. E gli altri: Tommaso, Chiara, Filippo e Giovanni.

«A un certo punto - spiega Matteo, 21 anni - mi sono trovato a essere l’unico a uscire, ma per andare al lavoro, al Biscottificio Galbusera. Mi sono sentito un privilegiato, ma pur seguendo scrupolosamente tutte le misure preventive, date in azienda, il timore di contrarre il virus l’ho sempre avuto e quindi, con esso, la paura di portarlo a casa. Cosa mi è mancato di più? L’impossibilità di vedermi con gli amici: solo videochiamate. Ma alla fase 2 bisogna continuare a stare attenti: non possiamo rilassarci. È una mossa rischiosa, ma bisogna pur ripartire, sebbene con le giuste precauzioni».

La maggiore si è laureata, nel novembre 2018, in Terapia della neuropsicomotricità dell’età evolutiva, e poi ha partecipato a un bando per il servizio civile all’estero, prendendo parte al progetto dell’associazione non governativa Ovci di Nostra Famiglia di Bosisio Parini (Lecco), impegnata sul fronte della riabilitazione pediatrica sia in Italia che nel resto del mondo. «A febbraio 2019 - racconta Giulia, 24 anni - sono partita per il servizio civile della durata di un anno in Sudan. Sono tornata a metà febbraio: la dittatura è caduta nell’aprile di quest’anno. Ci sono state azioni di protesta, con l’intervento dei militari che hanno usato la forza, in alcuni casi. Si è in attesa di elezioni per una possibile democrazia».

«Durante il mio soggiorno - ricorda - dovevo attenermi a regole ben precise. La mia responsabile della sicurezza in loco se uscivo per incontrare amici sudanesi o internazionali doveva conoscere i miei spostamenti e contatti. Andavo al mercato? Ok, ma prima del tramonto. E quando la situazione si è fatta più pesante, non si poteva più uscire. La mia referente era sempre in stretto contatto con Ambasciata e Farnesina. Mi sentivo protetta da un’ottima rete di sicurezza». La quarantena nello Stato africano, con la rivoluzione sull’uscio di casa, con la luce che talvolta mancava,ben diversa da quella vissuta in Valtellina.

«Qui - sottolinea la volontaria - hai la possibilità di accedere a tutti i confort: internet funziona, Amazon ti porta a casa ciò che vuoi. Ma quando sono rientrata una certa delusione l’ho provata. Non mi aspettavo di essere ancora limitata nelle uscite, avevo voglia di lavorare sul territorio, di mettere a frutto le mie conoscenze. Invece no. Mi sono, comunque, data da fare per non rimanere prigioniera. Ho fatto corsi online, l’operaia e ora la baby-sitter». «Abbiamo fatto la nostra parte - aggiunge mamma Luciana, 51 anni - senza eccessivi problemi perchè abbiamo la fortuna di stare tutti bene, non avere perso il lavoro, di avere spazi, un giardino. Qualche momento di tensione non è mancato: è comprensibile, così tanti sempre insieme. Un elogio alle nuove generazioni: testa sulle spalle, nel rispettare le regole».