Pierdante Piccioni, il medico pavese che perse la memoria e ispirò la serie Doc: “I ricordi? Sono la nostra anima”

Dodici anni di memoria smarriti dopo un incidente stradale, ora ha scritto un nuovo libro

Il medico pavese Pierdante Piccioni si racconta
Il medico pavese Pierdante Piccioni si racconta

Pavia, 13 febbraio 2024 – “I ricordi sono la nostra anima. E non si vive senza anima". Pierdante Piccioni, il medico pavese che ha perso dodici anni di memoria in seguito a un incidente stradale e la cui storia ha ispirato la fortunata serie “Doc-Nelle tue mani”, non ha alcun dubbio: "Rivoglio i miei ricordi, ne ho bisogno come i cetacei che pur vivendo nell’acqua, hanno bisogno di uscirne per respirare. Farò una stimolazione transcranica più potente per recuperare il mio passato che per me è come l’ossigeno". E lo ribadisce con un nuovo libro, “Io ricordo tutto”.

Perché i suoi ricordi sono tanto importanti?

"Perché quello che siamo oggi dipende da chi siamo stati ieri. Mi sono letto 65mila mail ricevute durante il mio buco nero, perché vorrei capire chi sarei stato".

Ci è riuscito?

"Diciamo che ci sto lavorando, di certo sono diverso e mi devo accettare".

Il nostro cervello come meccanismo di difesa dimentica gli episodi dolorosi del passato, non sarebbe più facile evitare i ricordi e costruirsene di nuovi?

"No, e non solo perché quando mio figlio mi parla di qualcosa accaduto quando frequentava le superiori, non so di che cosa stia parlando. Ogni mattina mi sveglio pregando Dio perché non mi faccia dimenticare altro. Ricordare tutto non rende felici, occorre trovare il giusto equilibrio tra dimenticanze e ricordi".

Anche ricordare troppo può essere doloroso?

"Nella mia vita professionale, e anche ora che sono medico della commissione invalidi, ho avuto l’occasione d’incontrare degli ipermnesici come Ernesto Ferrari, il protagonista del mio giallo “Io ricordo tutto”. È un neurologo che ricorda sia i sogni sia gli avvenimenti. Il superpotere è la sua fortuna professionale e la sua maledizione. Impazzito per la perdita della donna che amava, Ferrari accetta di lavorare in una clinica di lusso per malati di Alzheimer, dove collaborerà con una poliziotta e cederà ai sentimenti. Poi non spoilero altro, come accade in “Doc” il libro parte da una base scientifica per essere poi romanzato. È stato terapeutico e divertente per me scrivere questo libro con Pierangelo Sapegno, ormai è come se suonassimo un pianoforte a 4 mani".

Le neuroscienze che cosa hanno capito dei nostri ricordi?

"Non ancora tutto. Sappiamo che chi ha più memoria ha più aree del cervello connesse tra loro. Poi c’è chi soffre di demenza per cui non c’è ancora una cura ed è terribile. Nel mio romanzo parlo di una cura sperimentata sui topi che non funziona sugli esseri umani. In Italia abbiamo 600mila malati di demenze, sempre in crescita, e 3 milioni di parenti senza una terapia ed è terribile. Abbiamo cure per il cancro e non per le demenze dalle quali non si guarisce, si può rallentare il progredire della malattia. Chissà se sono stato profetico nel parlare di una cura".

L’intelligenza artificiale ci può aiutare?

"Può sostituire la nostra memoria. I cervelli dei nostri figli stanno già cambiando come è cambiato il loro pollice, che per l’uso del cellulare ha una capacità tripla rispetto alla nostra. L’intelligenza artificiale ci toglie lo sforzo di ricordare, però così non si stimolano i circuiti, ci impigriamo. Stiamo perdendo molti sensi. Ci è rimasto il gusto, perché siamo tutti chef".

Lei teme l’intelligenza articiale?

"Dico sempre di temere di più l’ignoranza naturale dell’intelligenza artificiale. Fondamentalmente abbiamo bisogno del linguaggio non verbale come della parola scritta, della musica, dell’arte, della danza. E ovviamente anche di leggere".